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Articolo:LA MEDICINA PSICOSOMATICA, DISTURBO PSICOSOMATICO E SOMATIZZAZIONE.

Georg Groddeck , medico e psicanalista tedesco (1866-1934) è considerato dalla  comunità scientifica il padre della Medicina Psicosomatica.

Nella “malattia psicosomatica” rientrano le patologie con manifestazione di una sintomatologia organica di natura funzionale, ossia con eziologia psicologica di natura emotiva.

Da sempre, il disturbo psicosomatico, riveste un ruolo importante tra le malattie psichiche, poiché evidenzia come il corpo sia un perfetto strumento di comunicazione di uno stato di sofferenza mentale o di disagio psichico.

La malattia psicosomatica risale ai tempi di Georg Groddeck, considerato il fondatore della Medicina psicosomatica, anche Freud  se ne  occupò attraverso una serie di studi realizzati in questo ambito (Freud riconobbe di aver preso da Groddeck il termine ” Es”).

Le EMOZIONI (non i pensieri) possono essere espresse tramite il corpo?

Sì, certamente!

Vediamo come: la paura fa sudare freddo, la rabbia fa venire i bollori, l’amore fa battere il cuore o tremare le gambe e l’ansia fa rallentare la salivazione o venire le farfalle allo stomaco, la tristezza si traduce in pianto etc….

Chiaramente, si tratta di piccoli esempi che mostrano come il corpo è strettamente connesso alle emozioni.

Ai tempi di Freud questa malattia era definita come “disturbo di conversione” e per riuscire a capire esattamente cosa si verificava in questi pazienti diede vita a una serie di osservazioni che formano i famosissimi studi sull’Isteria, oddi definita “Disturbo neurologico Funzionale” primo tra tutti il celeberrimo caso di Anna O.

Ai tempi di Freud questa malattia era definita come “disturbo di conversione” e per riuscire a capire esattamente cosa si verificava in questi pazienti diede vita a una serie di osservazioni che formano i famosissimi studi sull’Isteria, oddi definita “Disturbo neurologico Funzionale” primo tra tutti il celeberrimo caso di Anna O.

Con il termine malattia psicosomatica si indicano tutte quelle forme patologiche con manifestazione di una sintomatologia organica imputabile a un mal funzionamento della psiche.

La “Somatizzazione” è il processo alla base del disturbo psicosomatico. Infatti, con tale termine si intende il meccanismo che permette di trasformare i processi psichici in somatici, coinvolgendo il sistema endocrino ed immunitario (per approfondimenti Pisconeuroimmunoendocrinologia, PNEI).

disturbi psicosomatici  mostrano sintomi fisici che suggeriscono l’esistenza di un Disturbo organico-funzionale , i cui sintomi non derivano da una condizione medica generale , ma solo dalla presenza di un disagio mentale.

Immaginiamo, a esempio, una situazione tipica in cui potrebbe verificarsi un disturbo psicosomatico: un’emozione non espressa, inibita, potrebbe essere gestita canalizzandola, attraverso un meccanismo di somatizzazione sul corpo producendo, in questo modo, un sintomo organico come il mal testa ricorrente.

“Quando non ci sono parole per esprimere il proprio disagio il corpo si fa carico di manifestarlo. 

Attenzione: il processo di somatizzazione è “specifico”, ossia ogni individuo risponde con In base alla “Dimensione d’organo” nella quale è calato, il collegamento da “manifestazione somatica” ed “emozione sottostante” è analogico-simbolico non di causalità.

Si attiva, così, il SISTEMA NERVOSO AUTONOMO (SNA) che a sua volta risponde con reazioni vegetative che portano alla manifestazione di problemi fisici, le somatizzazioni.

Le manifestazioni organiche non sono prodotte intenzionalmente né tanto meno sono il frutto di simulazione, ma sono disagi reali. Questi sintomi organici possono portare ad un grado di sofferenza molto elevato in diverse aree del proprio funzionamento, come la vita affettiva, sociale, lavorativa e familiare.

(Riproduzione Vietata)

Articolo: “PSICOSOMATICA DEI DISTURBI CUTANEI , IL SIGNIFICATO SIMBOLICO” 

Fin dall’antichità alla cute sono stati associati stati emozionali: il rossore quale espressione della vergogna, il pallore e il rizzarsi dei capelli come equivalenti somatici della paura, il sudore come sintomo di agitazione.  Quante volte avete detto o sentito questa frase: “Ho la pelle d’oca”, un’espressione comune che ci testimonia il ruolo della cute come medium di un processo psicosomatico. Come organo di frontiera, tra mondo interno e mondo esterno, la pelle si presta meglio di altri organi ad esprimere simbolicamente i nostri disagi. La pelle, il confine che ci delimita e fa di noi un’unità, rappresenta la parte visibile del nostro corpo, esprime la nostra individualità, è la preziosa pergamena sulla quale, inconsapevoli, scriviamo ogni giorno la nostra storia e quella dell’ambiente che ci circonda. La pelle ci ricopre, ci contiene, ci caratterizza, ci dona un marchio di unicità: nessuno può infatti avere la pelle identica a quella di un altro. Spogliarsi della propria pelle, significa dunque rinunciare alla propria identità, ma appare anche come atto liberatorio che può servire ad ampliare la propria coscienza. Questo è ciò che raffigura il mito di Marsia: il satiro che aveva osato sfidare Apollo nella musica. Vinto, fu legato ad un albero e scorticato dal dio delle Muse. In tutte le simbologie il cambiamento di pelle implica un mutamento del Se’: cambiar pelle significa rivelare un nuovo Sé ed il simbolo per eccellenza di questo mutamento è il serpente, che muta la pelle. La somatizzazione cutanea, quindi, è espressione di un conflitto che ha un legame di senso con il mutamento d’essere della persona. Se il Se’, istanza psichica, rappresenta il tessuto di delimitazione tra il mondo delle relazioni e le dinamiche interiori, la pelle ne è il corrispettivo fisiologico nel corpo. Nei pazienti schizofrenici, infatti, con la “depersonalizzazione” assistiamo a una rottura di questa “pelle psichica”, con la conseguente perdita del proprio confine. Un’ulteriore analogia, può essere  vista nel concetto di elasticità: una pelle poco elastica si può rompe a seguito di piccoli stimoli, se siamo troppo rigidi rischiamo di ammalarci. Osservando le persone attorno a voi, noterete spesso una scarsa flessibilità psichica, una sorta di resistenza al cambiamento. In chiave psicosomatica, dunque, i sintomi cutanei sono rappresentazioni analogico-simboliche di situazioni che non possono essere tollerate, sono emozioni evitate. Più un individuo fatica ad adattarsi ai cambiamenti o non riesce ad esprimere adeguatamente le proprie emozioni, più la pelle riceverà la scarica di tali contenuti psichici e si modificherà, pensate ad esempio a ciò’ che accade nella psoriasi.  La pelle è un importante mezzo di comunicazione, osservate quando e dove compare il sintomo cutaneo, è come se chi soffre di una patologia psicosomatica che coinvolge un organo interno fosse più disposto a trattenere nella propria interiorità la problematica esistenziale che la sottende, il paziente dermatologico invece, si sforza di portare in mezzo agli altri il suo vissuto interno. Cerca di condividere con gli altri il malessere esistenziale di cui è portatore. Il sintomo cutaneo, in tal senso, è l’equivalente di un messaggio che ha scelto il canale espressivo della corporeità ed esprime le difficoltà di adattamento alle richieste del mondo esterno. Irritazioni, lesioni, gonfiori della cute, dunque, possono essere la risposta a rapporti difficili o a relazioni vissute come problematiche. Ecco allora, che può insorgere, per esempio, una dermatite da contatto che si pone come ostacolo a una relazione stretta: le lesioni dolorose impediscono infatti il minimo sfioramento. La pelle, quindi è l’involucro che delimita e protegge la persona, nella sua totalità psicosomatica, la avvolge e gli dà forma divenendo parte integrante di chi la “indossa”. Il sintomo somatico è sempre un messaggio che ci arriva dall’Anima, osservatelo ed accogliete dentro di voi il Senso.  (Riproduzione vietata)   Dr.ssa Fulvianna Furini

ARTICOLO: “PSICOSOMATICA DELL’ANSIA E DELL’ ATTACCO DI PANICO ” 

L’ansia è uno stato d’animo comune a tutti gli esseri umani e di per sé costituisce un fenomeno positivo e vitale, poiché spinge la persona alla ricerca dell’equilibrio tra le richieste esterne e le risorse del mondo interno, favorendo l’azione e la creatività. L’ansia, viene considerata una reazione istintiva dell’organismo, che produce uno stato di “allerta”, quindi ha una funzione psicobiologica che stimola i comportamenti adattivi in risposta a stimolazioni ambientali, interpersonale o intrapsichiche. Lo stato di ansia viene sperimentato dagli individui come una tensione, un’emozione diffusa di pericolo e minaccia. Etimologicamente, il termine “ansia” deriva dal latino “angere” che significa opprimere, chiudere alla gola, da cui deriva anche il termine angoscia. Questo disturbo coinvolge tutto lo psicosoma della persona. Da un punto di vista emotivo, sono presenti: tensione, nervosismo, eccessiva preoccupazione, senso di inadeguatezza, paura di volare, del buio, degli spazi aperti, dei luoghi chiusi, fino ad arrivare agli attacchi di panico che possono progressivamente portare la persona alla paralisi e all’immobilità. I sintomi somatici possono interessare tutto l’organismo: palpitazioni, tremori, nausea, vertigini, sudorazione, dispnea, debolezza, variazioni della mobilità gastrica ed intestinale. Quindi, l’ansia può essere funzionale quando favorisce il processo di adattamento oppure disfunzionale e patologica. Quest’ultima, si caratterizza per uno stato di permanente ed incontrollabile tensione che compromette le capacità di giudizio ed operative del soggetto, danneggiandone le relazioni sociali. Esperimenti svolti su animali hanno dimostrato che la stimolazione di aree celebrali precise, come il locus ceruleus, dove ci sono le cellule nervose che utilizzano la noradrenalina, induce un comportamento simile alla paura. Per i neurobiologi il locus ceruleus è il sito biologico dell’ansia. Un secondo sistema neuronale, presente nel rafe con proiezioni verso la corteccia e l’ipotalamo è responsabile della modulazione dell’ansia attraverso la serotonina. Al sistema limbico, che possiamo considerare “la sede delle emozioni”, giungono informazioni dai sistemi noradrenergici e serotoninergici. J. Hillman, considera l’angoscia “ la via regia che ci mette in contatto con l’animalità che ci abita”, essere  senza paura, invulnerabile al panico significa perdita degli istinti primordiali e di connessione con il dio Pan. Per gli psicosomatisti “ l’ansia è tutta la vita che non viviamo”. L’ansioso, è colui che vuole sempre sapere cosa fare, dove andare, che programma meticolosamente ogni cosa, che esige di tenere tutto sotto controllo e in tal modo si allontana sempre di più dal sentire e dalla istintualità che abita ciascuno di noi. L’energia vitale che scorre dentro di noi non trova sufficiente spazio per circolare liberamente, per esprimersi, soffocata da un atteggiamento mentale, cosi tipico del mondo occidentale. Il mondo istintuale allora preme per essere ascoltato, per emergere. Nasce allora il disagio, l’ansia, che ci segnala la presenza di forze interiori , desideri ed emozioni che trascuriamo o addirittura neghiamo, chiusi in una serie infinita di obblighi e doveri. L’ansia è il “campanello d’allarme” per richiamare la nostra attenzione su questa energia vitale che non viene vissuta. Il cuore che batte all’impazzata è un cuore che protesta, perché non stiamo ascoltando e rispettando i suoi ritmi, perché si sente rinchiuso nella gabbia dei nostri doveri e dei nostri rigidi programmi. Il blocco allo stomaco e tutti i problemi legati alla digestione sono l’emblema della costrizione che stiamo vivendo. Le difficoltà respiratorie ci segnalano la mancanza di un equilibrato scambio tra il mondo interno e quello esterno. I nostri organi si fanno carico di stai mentali che non possono essere espressi o raccontati, quindi si somatizzano, parlano attraverso il corpo. Per mezzo dell’ansia “il corpo ci racconta qualcosa di noi”. Quanti uomini misteriosi, quanti personaggi straordinari abitano dentro i nostri disturbi. L’ansia è la voce di un personaggio che vuole trovare posto nella nostro mondo interno. Dentro di noi abita qualcosa o qualcuno che vuol fare un’altra vita rispetto a quella che facciamo e ci porta verso nuovi orizzonti, accoglietelo come se fosse un visitatore inaspettato che bussa alla porta della vostra anima. (Riproduzione vietata ) Dr.ssa Fulvianna Furini

ARTICOLO: “LA FELICITA’ E’ ADESSO , NON LA RIMANDATE !”

Come imparare è stare con noi stessi in modo tale da produrre la massima quantità di felicità.

La felicità è qualcosa che si impara. Quando siamo infelici o scontenti, se ci fate caso, la nostra vita non ci pace, noi abbiamo un mantra, un disco che suoniamo dentro di noi: “la mia vita non va bene, per questo, questo …e vorrei che capitassero certe cose. Provate ora a soffermarvi su dell’altro che è dentro di voi, magari cosi’ ingabbiato, cosi in profondità, che facciamo fatica a notarlo, ma c’è, lo sentite dentro. Mi riferisco a quell’ energia nuova che incessantemente si forma dentro di noi e che ci porta automaticamente alla felicità, questa energia è presente in tutti, in ognuno di noi. La felicità, che viene dal cambiare il personaggio a cui siamo abituati e nel quale gli altri ci riconoscono. Nella vita abbiamo un compito, siamo nati tutti con uno scopo, che non è crescere bene, diventare persone di successo, organizzate …no! Il nostro compito è stare con noi stessi in modo tale da produrre la massima quantità di felicità. Per capire la felicità, proviamo a pensare all’uva. Chi direbbe che il grappolo d’uva, se non lo sapessimo, fatto fermentare produce il vino. Chi lo direbbe, che dentro di noi c’è una fermentazione che noi possiamo produrre…che si chiama felicità. Perché l’uva diventi vino, ci sono delle regole, e perchè noi facciamo fermentare in noi la felicità, ci sono delle regole. La prima, è quella di renderci conto che  noi non abbiamo un futuro da sviluppare, ma semplicemente da vedere se ci sono dei personaggi che non stiamo utilizzando, provate a chiedervi: “ Che cosa mi piaceva fare da bambino?”. La seconda regola per stare bene con noi stessi è imparare che i nostri problemi non ci devono interessare, i problemi li crea una mentalità che è la stessa che crea l’infelicità. Che cosa ci deve interessare all’ora, l’immagine che caratterizza ciascuno di noi. Chiedetevi: “io per cosa sono portato? Cosa mi viene facile?”. Se ci fate caso, quando state male o siete sofferenti è sempre lo stesso personaggio che state recitando e il problema è sempre lo stesso, una cosa non realizzata, un amore tramontato, un lavoro che non funziona, dei genitori che ci hanno fatto soffrire, se il problema è sempre lo stesso vuol dire che non è tuo, è un’idea che ti sei fatto tu di caricarti sulle spalle un problema che magari è di altri e che hai fatto tuo, magari è del fratello, ma non è tuo, non è mai tuo. Se parti da questo presupposto, che c’è un’immagine; di te che ti sta seguendo, curando, sviluppando e questa immagine è sconosciuta più tu impari tutti i giorni a parlare meno di te a soffermarti meno su te e  più automaticamente ’in questo senso di estraneità’ arriva senza saperlo la felicità, la felicità che non viene da un motivo, ma dal fatto che stai con te stesso senza avere su di te nessuna aspettativa…questo è fidarsi di se stessi, ripetete dentro di voi queste parole: “io non mi aspetto niente, vado bene cosi come sono”. Nel vado bene cosi come sono, la mentalità sta cambiando…non c’è da andare da nessuna parte, non c’è una meta da raggiungere, dobbiamo soltanto imparare a cambiare il modo in cui vediamo le cose. Quindi, c’è un personaggio dentro di noi che non corrisponde al percorso che stiamo facendo o crediamo di fare, che non corrisponde alle nostre aspettative, ma che ci regala la felicità, a patto di dargli spazio. Immaginate di trovarvi in un labirinto, nel quale sembra impossibile trovare l’uscita, è invece molto più facile di quanto pensiamo, solo che a volte, cadiamo senza rendercene conto nei trabocchetti, nelle trappole della nostra mente. La nostra cultura ha della felicità un’idea unilaterale, parziale e di conseguenza sbagliata. La felicità, è intesa come assenza di dolore, come appagamento di un bisogno, pensiamo che essere felici significhi da una parte aver allontanato tutte le occasioni di sofferenza, di paura, di tristezza, dall’altra aver realizzato i propri desideri. Questa idea di felicità, cosi’ largamente diffusa nella nostra cultura occidentale, dà un’importanza smisurata a tutto ciò che sta fuori di noi e non considera per nulla noi stessi. Dolori, sofferenze, infelicità in questa falsa prospettiva, dipendono da chi o cosa fuori di noi ci puo’ colpirci o farci male, dai quali dovremmo imparare a difenderci e proteggerci.  Questa è la felicità che deriva da ciò che gli altri penseranno di noi. Piu’ di ogni altra cosa, oggi, temiamo la solitudine: essa è il segno del nostro fallimento, la testimonianza che gli altri non ci hanno apprezzato, che non siamo importanti. Solitudine e vuoto sono le cose che terrorizzano maggiormente le persone oggi. Siamo pronti, per farci   accettare o per non restare soli, ad aderire a ruoli come: la brava moglie, il serio professionista, il buon amico, aggiungiamo l’avverbio SEMPRE e proviamo a rileggere queste parole: sempre brava, sempre serio, sempre buono. Immaginate tutti questi ruoli come se fossero dei vestiti che indossiamo e grazie a quali gli altri ci riconoscono, ma spesso questi abiti non ci rispecchiano fino in fondo. Per scacciare l’infelicità, la noia, la solitudine, il vuoto, per essere riconosciuti ed accettati dagli altri siamo disposti ad indossare una gran quantità di vestiti che non abbiamo scelto noi. Fermatevi un momento, in una delle vostre normali giornate trascorse al lavoro, in famiglia e chiedetevi; “che cosa ho fatto oggi che mi è piaciuto davvero, che è piaciuto davvero a me”. La vera passione non svuota di energie, ma ricarica, pensate ai bambini quando giocano, entrano in uno stato nel quale il tempo e o spazio non esistono, esistono solo loro e la loro sensazione di benessere. Ci costruiamo una corazza di abitudini: orari fissi, appuntamenti pre –stabiliti con le cose che ci fanno piacere, ad esempio tutti i venerdì alle 18 aperitivo con…, facciamo sempre quella strada per andare al lavoro, reagiamo in quello stesso modo a quella situazione…quando accade che… allora io…sicuramente.. , ci diamo degli obbiettivi a lungo termine, ad esempio diventare un professionista affermato, il che va bene, però entro tempi e tappe predeterminati, fare carriera è importante, ma da giovane, altrimenti gli altri cosa penseranno. Il nostro cammino nella vita diventa pieno di percorsi rigidi, senza deviazioni. Magari, se non ci sono stati imprevisti che ci hanno scombinato i piani, pensiamo che sia stata una buona giornata, una giornata felice. Al contrario, se non raggiungiamo quell’obbiettivo nei tempi prestabiliti, ci sentiamo in colpa, inadeguati, infelici. Insomma tra l’opinione del mondo e noi stessi, di solito scegliamo il mondo esterno. Perche’ crediamo, o meglio ci hanno educati a credere, che la felicità venga da quella direzione. Quali sono allora le trappole della mente che ci allontana da noi stessi e di conseguenza dalla vera felicità: i ruoli prestabiliti (vestiti),i falsi divertimenti (allontanano la mente da noi stessi), le abitudini (le usiamo come corazze , armature che ci proteggono), gli obbiettivi (ci distolgono dal presente), le definizioni che diamo di noi stessi ( ci incatenano in un tempo passato). Noi sappiamo oggi, che il nostro cervello diventa cio’ di cui lo nutriamo, il cervello è cio che incessantemente si ricrea, trasformandoci (nulla in esso è rigido, stabile, tutto è in perenne mutamento)  quindi, se noi perseguiamo una falsa felicità, diventiamo falsi, i fantasmi di noi stessi, dei personaggi. La nostra vita si svolge nel qui ed ora, il corpo vive il presente, se noi rimandiamo la felicità a quando avremmo risolto i nostri problemi o realizzato i nostri obbiettivi, non solo siamo infelici, ma rinunciamo a vivere un presente che non ritorna. Nel cervello avviene la trasformazione del pensiero in corpo. I nostri stati interiori (pensieri, emozioni) cosi diventano corpo. E’ questa la base del carattere psicosomatico dei nostri disturbi: il modo in cui conduciamo la nostra vista, il modo in cui nutriamo il nostro corpo e il nostro cervello, le idee con cui lo soffochiamo o lo liberiamo, il nostro stile di vita, le situazioni emotive e relazionali che ci turbano, sono tutte cose che agiscono sulla nostra unità psicofisica, modificandola. Se costringiamo la vita, noi stessi in percorsi rigidi, se ostacoliamo il suo corso ed il suo bisogno di cambiamento incessante, se pretendiamo di poter controllare tutto, il risultato sara’ non solo l’infelicità, ma anche la malattia. Voi mi direte: “come si fa a cambiare direzione?”. La grande guida spirituale degli ebrei, Lubavitch, il “ Rebbe” lo chiamavano, morto nel 1994, insegnava ai suoi allievi l’arte di stare con sé stessi  ( è un’ Arte stare con sé stessi) e li invitava a pronunciare nel silenzio interiore  queste parole : “A me non manca nulla”. Non è la frase che spesso diciamo ai nostri figli:” perché non ti accontenti di quello che hai”, quando ci sembra che chiedano troppo o sprechino le cose. Il vecchio saggio non alludeva a questo, non era la psicologia dell’accontentarsi di cio’ che sia ha. Dire “non mi manca nulla” sta ad indicare che il nostro sguardo interiore deve “RIORIENTARSI”, se invece il nostro sguardo resta rivolto all’esterno, non ci sentiremo mai veramente appagati, mai veramente felici. Ma se vi allenate, giorno dopo giorno, a guardare il un’altra direzione, se dirigete lo sguardo verso il vostro mondo interiore troverete la serenità. Se vi allenate a mettere da parte i giudizi, gli obbiettivi, l’energia vitale tornerà a fluire liberamente, allora veramente non vi mancherà nulla e sarete felici. Allenatevi a stare con voi stessi ad ascoltare la vostra interiorità, e l’energia vitale comincerà a muoversi: sara’ lei a portarvi là dove dovete andare. Se non vi manca nulla, allora conoscerete la pace del silenzio, allora sarete centrati su voi stessi, sul vostro mondo interiore che è unico ed irripetibile. La Felicità sgorga da dentro, non dipende da cio’ che siete o da cio’ che fate, da cosa possedete, dal vostro passato o dal futuro. La felicità è adesso, vive il presente…no la rimandate. Proviamo a riflettere un attimo insieme: “fa fatica a sbocciare un papavero?”. Perche’ dovremmo noi fare fatica a vivere? Se non la cerchi, la felicità sgorga spontaneamente. Quindi tutte le volte che ci diciamo come dovremmo essere ci stiamo incamminando verso l’infelicità. Nello sforzo di diventare qualcosa che abbiamo in mente, immaginate che questo papavero voglia fare il girasole, si è messo in testa di fare il girasole, che cosa accadrebbe? Tradirebbe la sua Essenza. Il saggio indiano Krishamurti diceva: “Finche’ cercherete di realizzare gli ideali che la società o la cultura vi somministrano rimarrete esattamente l’opposto”. Siamo infelici perche’ siamo pieni di pensieri del tipo dovrei essere cosi, dovrei comportarmi in questo modo. Tutte le volte che ripetiamo dentro di noi come dobbiamo diventare, stiamo creando la nostra infelicità, il nostro malessere. Se invece impariamo semplicemente ad OSSERVARE la nostra interiorità, la nostra Essenza  troverà  lo spazio per realizzarsi, secondo natura, senza sforzo. Dice lo Zen: “cosi come il pesce nuota nell’acqua senza curarsi dell’acqua e l’uccello vola nel vento senza occuparsi del vento, quando è tempo di vestirti, indossa i tuoi abiti e quando devi sederti , siediti e basta” (senza pensarci). Godete del piacere di fare ogni cosa in modo consapevole, siate presenti a voi stessi, senza altro scopo. Scoprirete che niente di cio’ che fate è banale e che qualsiasi azione ha in se’ il potere di farvi stare bene in qualsiasi momento. (Riproduzione vietata) Dr.ssa Fulvianna Furini

ARTICOLO: “IL CORPO AGITO, CONOSCERE L’ALTRO OSSERVANDO IL CORPO”

Il corpo parla il suo linguaggio ed ha una forte valenza comunicativa e conoscitiva. E’ uno strumento potente, che ad uno sguardo attento, ci consente di conoscere piu’ in profondità noi stessi e chi ci circonda. Oggi vi parlero’ del corpo agito, ossia degli aspetti simbolici della struttura fisica, della postura e della deambulazione di una persona. Allargando il vostro sguardo e divenendo grandi osservatori sarete capaci di intuire aspetti della personalità di chi vi circonda anche senza l’utilizzo del linguaggio verbale. Il corpo agisce e comunica con un proprio linguaggio e non mente. Se si diviene capaci di decriptarlo il nostro corpo ci racconta cose di noi di cui spesso siamo scarsamente consapevoli. Tutto cio’ che noi rimuoviamo dalla nostra coscienza pensieri, emozioni, parti di noi che non accettiamo, cio’’ che in psicologia si chiama “il rimosso”, va a concentrarsi nel nostro corpo, provocando contratture, dolori articolari o muscolari. Si tratta di assumere uno sguardo diverso, il primo che introdusse il corpo nel pensiero freudiano fu George Groddeck, medico e psicoanalista tedesco, è considerato il fondatore della medicina psicosomatica. Egli suddivise il corpo il tre regni: alto, medio e basso. Provate ad osservare voi stessi e gli altri, ponendovi questa domanda: “a che regno appartiene quella persona?”. Per rispondere a questo quesito potete iniziare osservando gli occhi, essi indicano con la loro forma la struttura emotiva di una persona: occhi tondi e grandi esprimono premurosità, affettuosità e calore umano, occhi sporgenti indicano un atteggiamento penetrante e possono comunicare ansia o disagio, gli occhi infossati rivelano emozioni represse, tristezza, ricerca di protezione e tendenza all’osservazione critica.  Rimando sul viso, osservate la bocca, importante punto di collegamento con il mondo esterno: una bocca che si apre facilmente indica disponibilità nei confronti del mondo e della relazione e, al contrario, una bocca serrata indica chiusura: mordersi le labbra indica che non si vuole far sfuggire un pensiero o un’emozione. Quando un modo di impostare la bocca si cronicizza, si avrà la comparsa di rughe e pieghe. Insieme al volto, le braccia e le mani rappresentano canali di espressione e di comunicazione privilegiati che ci consentono di acquisire molte informazione sul mondo emotivo di qualcuno, al di là delle parole dette o non dette. Attraverso le braccia e le mani un’emozione diventa azione, quindi a livello simbolico tutte le contratture legate alle braccia o alle mani indicano sul piano psichico una difficoltà nel tradurre in azione, in fare, un pensiero o un’emozione che ci abita. E il collo?  Quante volte vi sarà capitato di incontrare qualcuno che vi dice che ha il collo contratto, le persone ne parlano con facilità, inconsapevoli del significato psicosomatico che questo dolore porta con se’. Il collo è un punto di passaggio, una sorta di strettoia, il corpo si stringe e si passa da due a uno, due gambe, due braccia…una testa ,  e li si giocano le nozze tra il regno del pensiero e quello delle emozioni. Ecco perché i dolori cervicali fanno tanto male. La nostra colonna cervicale ci consente di fare una grande varietà di piccolissimi movimenti, essendo fragile e allo stesso tempo altamente specializzata. La mobilità della testa indica sul piano psichico la nostra capacità di guardarci attorno, di spaziare nel mondo insieme alla mobilità oculare. Chi soffre di dolori cervicali, ha difficoltà nello sposare in senso alchemico, mettere insieme, il regno emotivo e quello razionale, sono persone alle quali è stato insegnato che il pensiero è più importante del sentire, e spesso manifestano grande difficoltà nel percepire il proprio corpo, si fa così, si è sempre fatto così…sono frasi tipiche, sono persone scollegate dalle loro emozioni. Le infiammazioni sono fuochi che bruciano, pensate ad esempio, ad uno stomaco che brucia perché ha ingoiato, mandato giu’, cose che bruciavano, ci sono cose che non si possono dire, che si pensa di non essere autorizzati a dire, e poi il corpo si ammala, brucia, si infiamma, si contrae. I blocchi, le contratture del corpo, siano esse a livello della bocca, del collo, delle braccia, delle mani, del torace, delle gambe, dei piedi, ci parlano sempre di blocchi psicosomatici, il corpo si fa carico di ciò che la psiche non riesce ad integrare e in questo modo, dolendo e facendoci male, porta la nostra attenzione proprio li, coltivate lo stato di presenza, abbiate la forza di osare, siate contadini che coltivano se stessi e germinerete secondo la vostra natura intima e profonda. (Riproduzione vietata) Dr.ssa Fulvianna Furini