PSICOSOMATICA DELLE EMOZIONI UMANE

DALLE EMOZIONI ALLE SOMATIZZAZIONI

Le emozioni che proviamo sono processi psicocorporei , “onde” potenti che possono travolgerci associate a modificazioni psicologiche e fisiologiche, in relazione a stimoli interni o esterni, naturali o appresi.

Secondo la maggior parte delle teorie moderne, le emozioni sono un processo multicomponenziale, cioè articolato in più componenti e con un decorso temporale che evolve.

 In termini evolutivi o darwiniani, la loro principale funzione consiste nel rendere più efficace la reazione dell’individuo a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza, reazione che non utilizzi cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente.

Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche).

Si differenziano quindi dai sentimenti e dagli stati d’animo, anche se questi termini vengono spesso usati indifferentemente nel senso comune. 

Secondo la teoria diencefalica di Cannon-Bard , lo stimolo emotigeno, interno o esterno, che può essere un evento, una scena, un’espressione del volto o un particolare tono di voce, viene elaborato in prima istanza dai centri sottocorticali dell’encefalo, in particolare l’amigdala che riceve l’informazione direttamente dai nuclei posteriori del talamo (via talamica o sottocorticale) e provoca una prima reazione neuroendocrina con la funzione di mettere in allerta l’organismo, il corpo attira la nostra attenzione con un manifestazione sintomatologica : in questa fase l’emozione determina quindi diverse modificazioni somatiche-somatizzazioni, come ad esempio la variazione delle pulsazioni cardiache, l’aumento o la diminuzione della sudorazione, l’accelerazione del ritmo respiratorio, l’aumento o il rilassamento della tensione muscolare; in altre parole tachicardia,extrasistole, alterazione respiorazione, sudorazione, lacrimazione, una in-fiamma-zione (cutanea , mucose…), dolori muscolo tensiovi (cefalee, fibromialgia…). 

Lo stimolo emotigeno “dovrebbe” essere contemporaneamente inviato dal talamo alle cortecce associative, per essere elaborato in maniera più lenta ma più raffinata; a questo punto, secondo la valutazione (appraisal) , viene emessa un tipo di risposta considerata più adeguata alla situazione, (in riferimento anche alle “regole di esibizione” che appartengono al proprio ambiente culturale).

Secondo la Teoria Psicosomatica , questo processo di somatizzazione possa rimanere “bloccato” alla fase scarica corporea – disturbo psicosomatico che precede l’elaborazione cognitiva-mentalizzazione.

La psicoterapia psicosomatica consente, comprendendo il collegamento simbolico-analogico, ossia di Senso-Significato tra disturbo somatico ed emozione sottostante, si riattivare il naturale processo psicoficologico che deve concludersi con il coinvolgimento delle cortecce associative (integrazione mente-corpo).

Le emozioni, quindi, inizialmente sono inconsapevoli; solo in un secondo momento noi “proviamo” l’emozione, il corpo si fa carico di mostrarcelaNormalmente l’individuo che prova una emozione diventa cosciente delle proprie modificazioni somatiche (si rende conto di avere le mani sudate, il battito cardiaco accelerato, etc.) ed applica un nome a queste variazioni psicofisiologiche (“paura”, “gioia”, “disgusto”, rabbia-ecc.).

Si possono avere delle reazioni emotive, delle quali però si è completamente inconsapevoli, anche in assenza di modificazioni psicofisiologiche, come è stato proposto dal neuropsicologo Antonio Damasio, il quale distingue due tipi: emozioni primarie (innate, preorganizzate) e emozioni secondarie (elaborate dall’esperienza), attraverso i circuiti del “come se”

Si può inoltre avere una reazione psicofisiologica ma non essere in grado di connotarla con una etichetta cognitiva, come nel caso dell’alessitimia, quindi il processo e psicosomatico e bidirezionale psiche -corpo.

(Bibliografia: Damasio A., L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano, 1995).

L’ALESSITIMIA

Alla base dei processi di somatizzazione vi è l’analfabetismo emotivo o alessitimia (anche alexitimia, dal greco a- «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione» dunque: «mancanza di parole per [esprimere] emozioni») è un costrutto psicologico che descrive una condizione di ridotta consapevolezza emotiva, che comporta l’incapacità sia di riconoscere sia di descrivere verbalmente i propri stati emotivi e quelli altrui. Tale condizione è stata individuata e descritta per la prima volta negli anni ’50 in pazienti affetti da patologie classicamente definite come psicosomatiche (ulcera gastroduodenale, eczema, asma, ecc…) rafforzando così l’idea, già presente nella tradizione psicoanalitica, che tali pazienti fossero portati ad esprimere la sofferenza emotiva (altrimenti inesprimibile) tramite la sofferenza fisica. Viene attualmente considerato anche come un possibile deficit della funzione riflessiva del Sé. Secondo alcuni autori l’alessitimia non dovrebbe essere considerata necessariamente una condizione patologica quanto piuttosto un tratto di personalità che predisporrebbe alla somatizzazione, secondo processi specifici che utilizzano un linguaggio simbolico analogico con il quale psiche e soma comunicano. L’alessitimia si manifesta nella difficoltà di identificare e descrivere i propri sentimenti, e nel distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche. I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni, e al contempo non sono in grado di interpretare le emozioni altrui. La loro capacità immaginativa e onirica è ridotta, ecco perche’ la psicoterapia psicosomatica prevede l’utilizzo della Terapie Immaginativa ; mancano di capacità d’introspezione, e tendono ad assumere comportamenti conformanti alla media omologandosi alla richieste del mondo esterno , “snaturando” quasi completamente il mondo interno, per stare bene bisogna differenziarsi , diventare se’ secondo la propria natura. I soggetti alessitimici tendono anche a stabilire relazioni di forte dipendenza o, in mancanza di esse, preferiscono l’isolamento. L’alessitimia è stata associata a uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure. Altro processo psichico frequente nei soggetti con tratti di personalità alessitimici è l’incapacità di mentalizzare e simbolizzare l’emozione. L’emozione viene vissuta per via somatica direttamente sul corpo e senza elaborazione mentale, e non interpretata cognitivamente, né concettualizzata per immagini mentali o parole che la sintetizzino e contengano. L’emozione è, per il soggetto alessitimico, la mera percezione fisica, disregolata e presimbolicadei correlati psicofisiologici dell’attivazione emotiva

A cura di Dr.ssa Fulvianna Furini Riproduzione vietata

PSICOSOMATICA E SESSUALITA’

Il progressivo riconoscimento dell’influenza degli aspetti psicologici sulla salute e la malattia è andato di pari passo con i mutamenti nella visione del rapporto mente-corpo, con il superamento della cartesiana concezione dualistica. La mente ed il corpo non sono più considerate due entità separate, ma dimensioni dinamiche e integrate della persona, entrambe coinvolte nelle variazioni di salute e malattia.

Il termine “psicosomatico” indica il campo della medicina e della psicologia che studia disturbi e malattie fisiche ad eziologia psicologica-emotiva (malattie ex emotione). Georg Groddeck, medico e psicanalista tedesco (1866-1934) è considerato dalla comunità scientifica il padre della Medicina Psicosomatica.

L’approccio psicosomatico è un campo di sviluppo, che sottolinea l’importanza di centrare l’attenzione non solo sulla malattia ma anche sulla persona malata e sull’insieme mente-corpo più che sul solo organo colpito, sia per comprendere le cause di una patologia sia per curarla in modo più completo.

Chi si rivolge allo specialista in Medicina Psicosomatica manifesta un disturbo organico per il quale, nonostante le numerose visite specialistiche, non è stata trovata la causa. In sostanza, la persona si rivolge in prima battuta alla medicina tradizionale in cerca di una risposta ad un sintomo fisico pervasivo e di solito si sente dire che, dal punto di vista medico, non ha nulla. Il sintomo persiste, ma la causa è ignota. In realtà l’eziologia del sintomo organico è di natura emotiva, ma questo non è un ambito di applicazione della medicina tradizionale.

Negli ultimi 20 anni, grazie agli studi sulla biologia dello stress e sul rapporto tra stress e malattie, si è sviluppata una sempre più ampia documentazione scientifica che testimonia le complesse relazioni tra cervello e sistemi periferici dell’organismo: sistema neurovegetativo, psiconeuroendocrinologia, psicoimmunologia e neuroimmunomodulazione.

Nella “malattia psicosomatica” rientrano le patologie con manifestazione di una sintomatologia organica di natura funzionale, ossia con eziologia psicologica di natura emotiva.

Da sempre, il disturbo psicosomatico, riveste un ruolo importante tra le malattie psichiche, poiché evidenzia come il corpo sia un perfetto strumento di comunicazione di uno stato di sofferenza mentale o di disagio psichico.

L’interazione tra stati psichici e fenomeni somatici, fino al possibile sviluppo di malattie, è sempre stata notata fin dall’antichità. Proverbi, medicine tradizionali, letterati e poeti hanno sempre riconosciuto e descritto tali fenomeni ben prima che la moderna m.p. esistesse.

Le EMOZIONI possono essere espresse tramite il corpo? Sì, certamente!

Vediamo come: la paura fa sudare freddo, la rabbia fa venire i bollori, l’amore fa battere il cuore o tremare le gambe e l’ansia fa rallentare la salivazione o venire le farfalle allo stomaco, la tristezza si traduce in pianto etc….

Chiaramente, si tratta di piccoli esempi che mostrano come il corpo sia strettamente connesso alle emozioni.  Il collegamento da “manifestazione somatica” ed “emozione sottostante” è analogico-simbolico non di causalità.

Ai tempi di S.Freud questa malattia era definita come “disturbo di conversione” e per riuscire a capire esattamente cosa si verificava in questi pazienti diede vita a una serie di osservazioni che formano i famosissimi studi sull’Isteria, oggi definita “Disturbo neurologico Funzionale” primo tra tutti il celeberrimo caso di Anna O.

Le manifestazioni organiche non sono prodotte intenzionalmente né tanto meno sono il frutto di simulazione, ma sono disagi reali. Questi sintomi organici possono portare ad un grado di sofferenza molto elevato in diverse aree del proprio funzionamento, come la vita affettiva, sociale, lavorativa e familiare e sessuale.

Come afferma l’OMS la “sessualità” rappresenta un aspetto centrale dell’esistenza umana nell’arco della vita e racchiude il sesso, l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. La sessualità è vissuta ed espressa nei pensieri, nelle fantasie, nei desideri, nelle credenze, nelle attitudini, nei valori, nei comportamenti, nelle pratiche, nei ruoli, nelle relazioni. Mentre la sessualità può includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite o espresse. La sessualità è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, culturali, etici, legali, storici, religiosi e spirituali.

Il termine “salute sessuale” sta quindi ad indicare non solo l’evitamento delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate, ma in generale il raggiungimento di un benessere fisico ed emotivo nell’ambito della sessualità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute sessuale come: “uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale legato alla sessualità; non riducibile all’assenza di malattia, disfunzione o infermità.

L’attività sessuale rappresenta un campo di indagine in cui è maggiormente evidente l’interdipendenza tra il corpo e la mente. Numerosi studi hanno dimostrato che un’attività sessuale regolare ha effetti positivi sulla salute fisica (ad esempio il potenziamento del sistema immunitario, la riduzione del rischio cardiovascolare) e mentale (benessere soggettivo, alleviamento degli stati di ansia ecc.).

Sebbene ci siano moltissimi modi di vivere la sessualità, puntando la lente sul più classico di questi troviamo l’incontro di due corpi, due anime che contemporaneamente e reciprocamente si donano l’un l’altro.

Ecco, in questo meccanismo, seppur spontaneo, entrano in gioco molte emozioni, sensazioni, pensieri: la fiducia, l’autostima e il rapporto con il proprio corpo, il contatto e la vergogna, i pregiudizi, il sentirsi all’altezza e la capacità di lasciarsi andare il darsi il permesso di dare e ricevere ció di cui si ha bisogno in quel momento nel rispetto di se stessi e dell’altro.

Molti sono i fattori che possono interferire, mi vengono in mente ad esempio: la paura di rifiuto o non accettazione da parte dell’altro, la non accettazione di sè stessi, i divieti inconsci, i sensi di colpa che impediscono di lasciarsi andare al piacere, l’ansia da prestazione, lo stress… e molti altri!

In tutti questi casi la persona esprime attraverso il corpo un disagio psicologico che nega o che fatica a riconoscere e ad integrare nel proprio funzionamento psichico. Il sintomo fisico costituisce quindi un messaggio, un invito ad occuparsi di sé e della propria interiorità, in quanto manifestazione di una sofferenza psicologica.

I sintomi fisici più comuni in questo caso sono: anorgasmia, dispareunia, vaginismo, calo del desiderio, disfunzioni erettili..etc. In primo luogo occorre comprendere che i sintomi non siano causati da una malattia medica o da fattori organici. In molti casi, infatti, i sintomi di somatizzazione possono sovrapporsi a sintomi causati da malattie mediche, rendendo più complesso il quadro clinico. Inoltre, è importante identificare le situazioni di vita, le paure e le fantasie che la persona sta cercando di gestire senza esserne consapevole, al punto da aver assegnato al proprio corpo la funzione di contenere e comunicare aspetti rifiutati della propria personalità.

I sintomi vissuti nel corpo, infatti, non sono altro che un “simbolo del conflitto interiore che è in atto”. Imparando a interpretare questi sintomi abbiamo la possibilità di capire i messaggi che cercano di comunicarci attraverso il malessere corporeo.

“Quando non ci sono parole per esprimere il proprio disagio il corpo si fa carico di manifestarlo”. 

Dr.ssa Fulvianna Furini – Riproduzione vietata

LA CURA DELLE INFANZIE INFELICI

a cura di Dott.ssa Fulvianna Furini

La Schema-Focused Cognitive Therapy, sviluppata da Young e colleghi (1990-1999), è un modello teorico e un approccio psicoterapeutico innovativo e articolato che integra differenti tecniche al fine di aiutare i pazienti affetti da problematiche psicologiche radicate. 

La Schema Therapy trae le sue origini dal riconoscimento dell’esistenza di una serie di bisogni emotivi universali che ogni essere vivente presenta fin dalla nascita e per tutta la vita. Il soddisfacimento adeguato di questi bisogni nell’infanzia favorisce un equilibrio psicologico interno sano che rende l’individuo capace, nell’arco della sua vita, di imparare a soddisfare da solo tali bisogni in modo funzionale al benessere psicofisico.

Quali sono i bisogni emotivi  dell’essere umano?

Questi bisogni emotivi primari sono universali e comuni a tutti gli uomini. Gli schemi maladattivi precoci possono quindi trarre origine dalla mancata soddisfazione di questi bisogni.

Questi bisogni emotivi universali includono:

  1. i bisogni di sicurezza, stabilità, cura e accettazione;
  2. i bisogni di autonomia, abilità e senso d’identità;
  3. il bisogno di essere liberi di esprimere le proprie esigenze ed emozioni;
  4. il bisogno di spontaneità e gioco;
  5. il bisogno di limiti realistici che favoriscano l’emergere dell’auto-controllo.

La Schema Therapy, pur sostenendo l’universalità di questi bisogni emotivi, reputa che gli individui possano differire tra loro per l’intensità di un particolare bisogno: alcuni, ad esempio, possono avere un forte bisogno di spontaneità e di espressione creativa, altri possono essere particolarmente predisposti alla richiesta di cure.

Come accennato poc’anzi i bisogni emotivi sono presenti fin dall’infanzia, infatti, molti di essi sono importantissimi a quest’età. Per esempio, il bisogno di sicurezza e stabilità ha, nel corso della vita, il maggior impatto e le maggiori implicazioni quando si è più vulnerabili e impotenti.

Secondo la Schema Therapy, il benessere psicologico deriva dall’abilità di soddisfare i propri bisogni in modo adattivo.

Lo sviluppo dei bambini, infatti, ruota soprattutto intorno al soddisfacimento dei propri bisogni di base da parte dei genitori o di coloro che se ne prendono cura. Laddove questi bisogni non vengano soddisfatti in maniera adeguata, invece, si verrebbero a formare quelli che vengono definiti “Schemi Maladattivi Precoci” (SMP).

Uno schema maladattativo precoce viene definito da Jeffrey Young come: “un tema o un aspetto generale e pervasivo: comprende ricordi, emozioni e cognizioni. É relativo a sé e alle proprie relazioni con gli altri. Insorge durante l’infanzia o l’adolescenza e viene elaborato nel corso della vita”.

Nonostante ciò, pur essendo fonte di sofferenza, questi schemi maladattivi vengono mantenuti dalla persona in quanto rappresentano il conosciuto, il familiare da cui non ci si vuole distaccare.

Ecco perche si viene attratti dalle situazioni che rafforzano gli schemi, rendendo difficile non solo il cambiamento ma anche il riconoscimento della loro disfunzionalità.

L’obiettivo della Schema Therapy e quindi quello di trasformare uno schema maladattivo in uno più funzionale.

Naturalmente si lavorerà per ottenere anche un cambiamento a livello di tutto lo psicosoma  attraverso l’apprendimento di nuove strategie adattive e di stili di coping più funzionali. Attraverso questo lavoro (cognitivo, emotivo, somatico e comportamentale) lo schema andrà via via a indebolirsi attivandosi di conseguenza sempre meno e sempre con minor intensità.

Il lavoro è molto complesso perchè gli schemi si sono venuti a formare durante l’infanzia e sono quindi convinzioni molto rigide e radicate su se stessi, gli altri e il mondo: il metro di valutazione che ognuno di noi quotidianamente usa.

Young e colleghi hanno individuato 18 schemi specifici suddivisi in 5 macro aree. La maggior parte dei pazienti ne presenta almeno due o tre e spesso anche di più.

Qui di seguito è fornita una breve descrizione di ciascuno di essi.

1. DISTACCO E RIFIUTO

  • DEPRIVAZIONE EMOTIVA. Questo schema si riferisce alla credenza che i propri bisogni emotivi primari (bisogni di affetto, di vicinanza, di amore, di accudimento, di essere ascoltati e capiti, di essere consigliati, indirizzati e guidati) non saranno mai soddisfatti dagli altri. Generalmente questo schema si sviluppa in bambini i cui genitori sono freddi o lontani o noncuranti dei bisogni sopra descritti.
  • ABBANDONO/INSTABILITÀ. Questo schema si riferisce all’aspettativa che presto si perderà qualcuno a cui si era legati emotivamente. La persona ritiene che, in un modo o in un altro, i rapporti stretti finiranno. Questo schema si sviluppa generalmente in bambini che hanno vissuto il divorzio o la morte dei genitori oppure sono stati lasciati da soli per lunghi periodi, ad esempio a causa di una malattia della madre.
  • SFIDUCIA/ABUSO. Questo schema si riferisce all’aspettativa che gli altri intenzionalmente facciano del male, imbroglino o cerchino di approfittarsi di noi per trarre vantaggi. I pazienti con questo schema verosimilmente durante l’infanzia sono stati vittime di abusi o erano trattati ingiustamente dai genitori, fratelli o coetanei.
  • ESCLUSIONE SOCIALE/ALIENAZIONE. Questo schema si riferisce alla credenza che si è isolati dal mondo, diversi dalle altre persone e non facenti parte di una comunità. Tale convinzione solitamente si sviluppa in bambini che percepiscono se stessi o le loro famiglie come diversi.
  • INADEGUATEZZA/VERGOGNA. Questo schema si riferisce alla credenza di essere sbagliati internamente, tanto che se gli altri si avvicinassero se ne renderebbero conto e si allontanerebbero immediatamente. Questa sensazione di essere imperfetti e inadeguati spesso porta a un forte senso di vergogna. In genere questo schema si sviluppa in bambini i cui genitori sono stati molto critici e che li hanno fatti sentire indegni di amore.

2. MANCANZA DI AUTONOMIA E ABILITÀ

  • FALLIMENTO. Questo schema si riferisce alla credenza di essere incapaci di riuscire in ambiti come la carriera, la scuola o lo sport. I pazienti con questo schema possono sentirsi stupidi, inetti o senza talento e spesso non si sforzano di far nulla perché credono di non farcela. Questo schema si sviluppa in bambini che sono stati molto criticati , ad esempio per le proprie performance scolastiche o sportive.
  • DIPENDENZA/INCOMPETENZA. Questo schema si riferisce alla credenza di non essere in grado di gestire con competenza e indipendenza le responsabilità quotidiane. Persone con questo schema si appoggiano spesso in modo eccessivo agli altri per prendere decisioni o intraprendere nuove attività. In genere i genitori di questi pazienti non hanno incoraggiato i loro bambini a essere indipendenti e a sviluppare fiducia nella capacità di prendersi cura di se stessi.
  • VULNERABILITÀ AL PERICOLO E ALLE MALATTIE. Questo schema si riferisce alla credenza di essere sempre sul punto di vivere una catastrofe (finanziaria, naturale, medica, penale, ecc.). Di solito almeno un genitore di questi pazienti era estremamente timoroso e veicolava al bambino il messaggio che il mondo fosse un posto pieno di pericoli.
  • INVISCHIAMENTO/SE POCO SVILUPPATO. Questo schema riguarda l’eccessivo coinvolgimento emotivo nei confronti dei genitori o del partner, accompagnato da una scarsa identità individuale. Questo schema è spesso causato da genitori ipercontrollanti e iperprotettivi che scoraggiano il bambino a sviluppare un distinto senso di sé.

3. MANCANZA DI REGOLE 

  • PRETESE/GRANDIOSITÀ. Questo schema si riferisce alla convinzione di poter fare, dire o avere tutto quello che si vuole indipendentemente dalle conseguenze per sé e gli altri. Lo sviluppo di questo schema è favorito da genitori che trattano troppo bene i propri figli e che non fissano limiti su ciò che è socialmente appropriato e ciò che è inadeguato.
  • AUTOCONTROLLO O AUTODISCIPLINA INSUFFICIENTI. Questo schema si riferisce all’incapacità di tollerare qualsiasi frustrazione nel raggiungere i propri obiettivi, oppure all’incapacità di trattenere impulsi o sensazioni. La predisposizione a questo schema è favorita da genitori che non hanno modellato l’autocontrollo o che non hanno insegnato la disciplina ai loro figli.

 4. ECCESSIVA ATTENZIONE AI BISOGNI DEGLI ALTRI

  • SOTTOMISSIONE. Questo schema si riferisce alla credenza di doversi piegare al controllo altrui per evitare conseguenze negative. Spesso questi pazienti temono che, se non si sottomettono, gli altri si arrabbieranno o li rifiuteranno. Durante l’infanzia era generalmente presente un genitore ipercontrollante.
  • AUTOSACRIFICIO. Questo schema si riferisce al sacrificio eccessivo dei propri bisogni per aiutare gli altri. Quando questi pazienti prestano attenzione alle loro esigenze, spesso si sentono in colpa. Durante l’infanzia le persone con questo schema si sono sentite responsabili del benessere di uno o entrambi i genitori.
  • RICERCA DI APPROVAZIONE O RICONOSCIMENTO. Questo schema si riferisce all’eccessiva enfasi posta sul guadagnare l’approvazione e il riconoscimento degli altri a scapito delle proprie reali esigenze. I pazienti con questo schema sono in genere estremamente sensibili al rifiuto da parte degli altri. Di solito non hanno ricevuto amore incondizionato e accettazione da parte dei genitori nei loro primi anni di vita.

5. IPERCONTROLLO E INIBIZIONE

  • INIBIZIONE EMOTIVA. Questo schema si riferisce alla credenza che si debbano sopprimere le emozioni e gli impulsi spontanei, soprattutto la rabbia, perché qualsiasi espressione di sentimenti può danneggiare gli altri o portare alla perdita di autostima, all’imbarazzo o all’abbandono. Questi pazienti appaiono tesi e privi di spontaneità. Tale schema è spesso favorito da genitori che, direttamente o indirettamente, scoraggiano l’espressione dei sentimenti.
  • STANDARD SEVERI/IPERCRITICISMO. Questo schema si riferisce alla convinzione che qualunque cosa venga fatta non è mai abbastanza, che ci si debba sempre impegnare di più. Di solito i genitori di questi pazienti non erano mai soddisfatti e offrivano ai loro figli un amore condizionato e subordinato al successo, a scuola o nello sport.
  • NEGATIVITÀ/PESSIMISMO. Questo schema riguarda il concentrarsi sugli aspetti negativi della vita, minimizzando quelli positivi. I pazienti con questo schema non sono in grado di godere delle cose belle che accadono loro, perché sono preoccupati dei dettagli negativi o dei potenziali problemi che potrebbero insorgere. Normalmente hanno avuto un genitore che si preoccupava eccessivamente.
  • PUNIZIONE. Questo schema si riferisce alla convinzione che le persone meritano di essere punite duramente per gli errori commessi. Le persone con questo schema sono ipercritiche e spietate nei confronti di se stesse e degli altri. Durante l’infanzia almeno un genitore aveva uno stile punitivo nel controllare il comportamento.

Come si mantengono gli  Schemi Maladattivi Precoci?

Sono tre i principali meccanismi psicologici che mantengono e rinforzano gli schemi:
1. distorsioni cognitive: un modo alterato di percepire le situazioni in quanto si presta attenzione solamente a quelle informazioni che convalidano lo schema;
2.stili di vita autodistruttivi: la persona sceglie e promuove circostanze e relazioni che innescano e mantengono lo schema. Nelle relazioni con gli altri in particolare, la persona utilizzerà modalità tali da provocare nell’altro reazioni negative che non faranno altro che rinforzare lo schema;
3.stili di coping disfunzionali: resa, evitamento, ipercompensazione (per approfondimento vedi il prossimo paragrafo).

Il ruolo dei MODE

Young identifica dieci mode che si possono raggruppare in 4 categorie. Alcuni di essi sono funzionali, altri no.

Uno degli obiettivi della Schema Therapy è quindi quello di insegnare al paziente a rinforzare il mode Adulto Funzionale, imparando a esplorare quelli disfunzionali e modificandoli.

  • BAMBINO VULNERABILE: si sente solo, isolato, triste, incompreso, non supportato, difettoso, sopraffatto, incompetente, dubbioso, bisognoso, impotente, senza speranza, spaventato, ansioso, preoccupato, vittima, abusato, senza valore, non amato o poco amabile, perdente, senza direzione, fragile, debole, sconfitto, oppresso, impotente, escluso, pessimista;
  • BAMBINO ARRABBIATO: si sente intensamente arrabbiato, infuriato, frustrato in  quanto i suoi bisogni primari fisici ed emotivi non sono stati soddisfatti;
  • BAMBINO IMPULSIVO/INDISCIPLINATO: agisce in modo impulsivo  e non riesce a ritardare la gratificazione. Spesso si sente arrabbiato, infuriato, frustrato, teso e impaziente soprattutto quanto non riesce a ottenere ciò che vuole.  Può apparire come “viziato”Agisce senza considerare le possibili conseguenze per se stesso e per gli altri;
  • BAMBINO FELICE: si sente amato, felice, soddisfatto, protetto, accettato, lodato, nutrito, seguito, compreso, sicuro di sé, competente, autonomo, autosufficiente, sicuro, flessibile, forte, versatile, incluso, ottimista, spontaneo.

I mode GENITORE DISFUNZIONALE: il paziente acquisisce l’atteggiamento del genitore che ha interiorizzato:

  • GENITORE PUNITIVO: pensa spesso che se stesso o gli altri meritino punizioni o colpe e per questo mette in atto comportamenti punitivi a volte anche rivolti a sè (autolesionismo);
  • GENITORE ESIGENTE/CRITICO: crede fermamente nella necessità di essere perfetti e di riuscire sempre al massimo, è molto ordinato, preciso, ambisce ad avere uno status sociale alto, non vuole perdere tempo, critica chi esprime i propri sentimenti o si mostra eccessivamente spontaneo (questo è  il risultato dell’interiorizzazione di regole rigide e alti standard).

I mode ADULTO FUNZIONALE

Un Adulto sano, si occupa di proteggere e accudire il bambino vulnerabile che dimora dentro di sè e di porre dei limiti al bambino arrabbiato e indisciplinato.

In questo modo, la persona risulta funzionale in più ambiti come ad esempio il lavoro o la famiglia e verrà percepito come più responsabile. Coltiva attività piacevoli come fare sport, partecipare ad attività culturali, prendersi cura di sè, avere una sana attività sessuale.

Come si modificano gli Schemi Disfunzionali? 


Il terapeuta che applica la Schema Therapy tenta di ricostruire lo sviluppo degli Schemi Maladattivi Precoci dalla prima infanzia al presente, attraverso una serie di colloqui clinici, l’analisi della storia di vita e la somministrazione di questionari mirati, dedicando particolare attenzione alle relazioni interpersonali del paziente.
Dopo di che, tra il terapeuta e la parte sana del paziente, si forma un’alleanza contro gli schemi maladattivi finalizzata a rendere il soggetto consapevole del loro impatto, consentendogli di agire libero da essi.

Attraverso la relazione terapeutica, si aiutano i pazienti a divenire consapevoli dei propri bisogni emotivi di base e ad apprendere le modalità per soddisfarli in maniera funzionale.

In altre parole, si fa provare al paziente un’esperienza emozionale e relazionale correttiva, che modifica modalità cognitive, emotive, relazionali e comportamentali inadeguate  che il paziente possiede e mette in atto da molto tempo.

Per lavorare con gli schemi ci sono diverse tecniche, quattro grandi cassette degli attrezzi che i terapeuti afferenti alla Schema Therapy hanno a loro disposizione; si tratta di tecniche immaginative, interpersonali, cognitive e comportamentali.

La Schema Therapy si è dimostrato particolarmente efficace nel trattamento di numerosi disturbi: come i Disturbi di Personalità, in particolar modo il Disturbo Borderline di Personalità. E’ dimostrata, inoltre, la sua efficacia nel trattamento di ansia e depressione cronicadisturbi dell’alimentazioneproblemi di coppia, e nella prevenzione delle ricadute del disturbo da uso di sostanze. Alcuni studi evidenziano come vi siano degli effetti positivi anche con pazienti che soffrono di Disturbo Evitante di Personalità e Disturbo Antisociale di Personalità, nonché con patologie psichiatriche definite croniche.

A cura di Dott.ssa Fulvianna Furini – Riproduzione vietata

COMUNICAZIONE E CONFLITTUALITA’ NELLA COPPIA

A cura di Dott.ssa Fulvianna Furini

Come gestire la conflittualità nella coppia?  

Litigare è un aspetto della vita di coppia che contiene un’intensità emotiva forte e che si manifesta anche per piccole discussioni. Conflitto e confronto dovrebbero essere stimolo e segno positivo per la crescita della coppia, invece talvolta diventano armi distruttive e umilianti usate verso l’altro.

Come nasce un conflitto?

La nascita della coppia è caratterizzata dalla fase dell’innamoramento o dell’illusione, dove si idealizza il patner e si tendono a sottovalutare difetti e caratteristiche negative.

Dopo qualche tempo di vita insieme, si può presentare la fase della disillusione, in cui si inizia a vedere l’altro in modo piu’ realistico e spesso si prova delusione e risentimento per non essere riusciti ad ottenere dall’altro le caratteristiche sperate oppure a mantenere quelle che ci hanno fatto innamorare.

Questa può essere una prima occasione di conflitto.

Nella nostra vita ci sono cinque sfere che stanno una dentro l’altra:

  1. LA VITA INTERIORE (senso di sé, visione del mondo)
  2. LA QUALITA’ DELLA RELAZIONE CONIUGALE (ruolo nella coppia, stile di comunicazione)
  3. LA QUALITA’ DELLA RELAZIONE CON LA FAMIGLIA D’ORIGINE
  4. LA RELAZIONE DI CIASCUNO COL MONDO ESTERNO
  5. LA RELAZIONE DI CIASCUN GENITORE COL 1° FIGLIO

Da ciascuna di queste sfere derivano emozioni e stati d’animo che è bene imparare a riconoscere e distinguere: alcune discussioni possono riaccendere in noi emozioni legate alla nostra sfera interiore o a quella con la famiglia d’origine, ma non c’entrano davvero con il conflitto in atto.

La relazione tra coniugi, come qualunque tipo di relazione, può essere di due tipi:

Coppia Complementare o Simmetrica?

Nella relazione simmetrica ciascuno tende ad essere uguale all’altro, o almeno a non essere da meno. Esiste una reciprocità: io sono ok – tu sei ok, io conto quanto te e viceversa.

Il rapporto è ricco, vivace, si pianifica, ci si apprezza, ciascuno tende a dimostrare la sua volontà in una relazione alla pari.

Nella relazione complementare il rapporto si basa sulla differenza reciproca che si integra: uno chiede l’altro risponde, uno propone l’altro accetta.

Entrambe le relazioni vanno bene e funzionano, ma possono contenere elementi di conflittualità.

Nel rapporto simmetrico si può scatenare una litigiosità se i comportamenti diventano competitivi e la relazione diventa aggressiva: io ok – tu non ok.

Nessuno può fare o dire qualcosa senza che l’altro rivendichi il diritto di fare lo stesso.

Nella relazione complementare il rischio è che i comportamenti diventino molto rigidi e che uno dei due tenda a mantenere l’altro in una condizione di dipendenza emotiva: io ok – tu non ok.

Oppure l’altro può instaurare una relazione passiva, sentendosi davvero non ok verso il tu ok.

Il punto forte nella relazione di coppia è sapersi prendere cura uno dell’altro in modo efficace ed equilibrato.

Quindi non ha senso che sempre:

  • uno faccia tutto e l’altro prenda
  • uno accudisca e l’altro si faccia accudire uno stabilisca regole e l’altro le subisca.
  • La strada maestra per non far funzionare una coppia è che uno rinunci sempre, e non temporaneamente, ad una parte di sé.
  • Può generare conflitto anche credere di essere i soli a rinunciare, a sacrificare sogni, aspirazioni, realizzazioni.

E’ utile evitare di essere troppo centrati su di sé.

La parola chiave è reciprocità. Come discutere?

Il modo in cui si discute è importante; certe discussioni possono raffreddare la coppia, ma, se ben gestite, riescono a consolidare i legami, aiutano a conoscere meglio i sentimenti dell’altro.

Dovete essere consapevoli di avere a che fare con punti di vista diversi, senza categorizzare in giusto e sbagliato, torto e ragione.

La consapevolezza dei nostri stati emotivi e la nostra capacità di gestire le emozioni ci aiuta ad entrare maggiormente in contatto con noi e con l’altro.

Le emozioni esprimono la nostra vitalità, quelle negative ci segnalano qualcosa che non va: riconoscerle e tenerne conto aiuta. Allora…

Il conflitto può essere un modo per ristabilire un equilibrio nuovo, si può evolvere insieme per adattarsi alla nuova situazione evolutiva nel ciclo vitale della coppia.

Provare a mettersi nei panni dell’altro

Esistono alcuni stereotipi che non facilitano il mettersi nei panni dell’altro. Può essere utile anche porsi intimamente delle domande, mentre si discute:

  • Come si sente lui/lei adesso? Come mi sento io?
  • Come mi sentirei a parti invertite? Come reagirei?
  • Quali soluzioni posso proporre?

Saper Comunicare

La    comunicazione     nella    coppia     ha    un    ruolo    fondamentale;      una        buona comunicazione aiuta anche nella soluzione di conflitti.

Se il messaggio è chiaro e compreso dall’altro, tutto funziona, se invece, comunicando, non si chiarisce bene ciò che si vuol dire, l’altro resta nell’incertezza, può fraintendere o arrivare a conclusioni diverse dalle nostre. E’ utile ripetere il messaggio per essere certi di essere capiti. E’ utile anche dire “io ho capito…., tu intendevi…?

Il messaggio di contenuto  e il messaggio di relazione

Per esempio dire: “Non mi sento bene” comunica un contenuto, anche emotivo, ma contemporaneamente chiede all’altro di attivarsi per risolvere il problema e aiutare.

Nella comunicazione conflittuale è bene tener presente questi due aspetti di contenuto  e  di  relazione/soluzione  dei  problemi,  per  riuscire  a  cogliere  bene quello che l’altro ci sta dicendo.

Usare troppe generalizzazioni tipo:

  • “Nessuno mi rispetta”;
  • “E’ sempre tutto in disordine”;
  • “Tutti sostengono che… e tu invece…”
  • oppure ridurre la comunicazione ad un aut aut: “Due sono le cose o… o…” non facilita la comprensione del messaggio da parte dell’altro.

Lo stesso vale per la lettura del pensiero, ossia la presunzione di sapere quello che l’altro pensa o sta per dire, o ancora dare per scontato che l’altro capisca esattamente ciò che pensiamo e proviamo: “Sai benissimo che cosa intendo” “E’ inutile che spieghi se non ci arrivi”.

Poco utile è anche usare il brontolio, come se non fosse un vero messaggio: ”Tocca sempre a me”; “Siamo alle solite”.

Discutere con metodo non significa evitare il conflitto, ma neppure entrare in stallo.

Ogni volta il conflitto va affrontato, rielaborato e risolto.

E’ sempre utile comunicare anche il positivo, i riconoscimenti, ringraziare, dirsi il bene, avviare le comunicazioni in modo gentile.

Una comunicazione funzionale anche nel conflitto deve affrontare tre sfide consapevoli

  1. TROVARE L’EQUILIBRIO TRA INDIVIDUALITA’ (conoscersi a fondo, avere un’identità chiara) E RECIPROCITA’
  2. TENERE CONTO DELLE DIFFERENZE (punto di vista, modo di comunicare)
  3. REGOLARE L’EMOTIVITA’ (conoscere le nostre emozioni e saperle dominare per avere un livello efficace di comunicazione e di ascolto)

C’è una quarta sfida che appartiene alle coppie con figli

  • IMPEDIRE CHE LE DISCUSSIONI SUL BAMBINO SI MISCHINO A QUELLE CONIUGALI.

A cura di Dott.ssa Fulvianna Furini – Riproduzione vietata

PSICOPATOLOGIA CLINICA: IL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA’

a cura di Dott.ssa Fulvianna FuriniPsicologa Clinica e Psicoterapeuta

Nella clinica, psicopatologia di personalità, il termine borderline è stato usato per descrivere quella “zona di confine” tra la sintomatologia nevrotica (ad esempio, problemi di ansia e depressione) e quella psicotica (allucinazioni, deliri paranoia e dissociazione).

Le persone con disturbo borderline di personalità (DBP) tendono a sperimentare emozioni e stati d’animo estremamente intensi che possono cambiare in modo rapido e improvviso. In questi pazienti sono frequenti scoppi d’ira e comportamenti impulsivi come l’abuso di sostanze, rapporti sessuali a rischio, autolesionismo, shopping compulsivo, binge eating (abbuffate incontrollate) e tentativi di suicidio. Questi comportamenti hanno la funzione di ridurre l’attivazione emotiva nel breve termine, ma possono condurre a gravi conseguenze nel lungo periodo.

Le parole chiave per questo disturbo sono “impulsività e instabilità”.

Tra i disturbi di personalità, il disturbo borderline è quello che giunge più comunemente all’osservazione clinica.

Vi è un alto rischio suicidario, superiore di 50 volte rispetto alla popolazione generale. Per via degli scoppi d’ira, i comportamenti autodistruttivi e i cambiamenti d’umore, i pazienti con disturbo borderline di personalità tendono ad avere relazioni interpersonali disfunzionali, caratterizzate da estreme oscillazioni tra idealizzazione e svalutazione, atteggiamento estremamente bisognoso e rifiuto, aggressività e sottomissione.

La maggior parte dei pazienti si fa del male (60-70%) e spesso abusa di sostanze come forma di “auto-medicamento”, cioè nel tentativo di regolare l’umore disforico e il cronico sentimento di vuoto. Come spesso accade con i disturbi di personalità, il disturbo borderline può essere ego sintonico, ovvero poiché i tratti di personalità problematici si sono stabilizzati precocemente e fanno parte del suo modo abituale di sentire, pensare e relazionarsi, il paziente può far fatica a riconoscere l’origine delle sue difficoltà. Molti cercano aiuto a causa di depressione, disturbi alimentari, dipendenza da sostanze o per i sintomi di disturbo da stress post-traumatico.

Il disturbo borderline si presenta spesso in comorbidità con altri disturbi, tra cui il disturbo bipolare, gravi forme di depressione, disturbi psicotici, abuso di sostanze, bulimia nervosa, anoressia nervosa, binge-eating.

Caratteristiche Psicologiche del DBP

È utile analizzare le caratteristiche psicologiche degli individui con disturbo borderline di personalità in termini di visione di se stessi e degli altri, credenze intermedie e profonde e strategie di coping (affrontamento)

  • Visione di se stessi: si considerano difettati, vulnerabili all’abuso, al tradimento, alla trascuratezza. “Sono cattivo”, “Non so chi sono”, “Sono debole e mi sento sovrastato”, “Non riesco ad aiutarmi”
  • Visione degli altri: sono capaci di vedere gli altri come calorosi e affettuosi ma li considerano comunque inaffidabili perché “sono forti e potrebbero essere di sostegno, ma dopo un po’ cambiare per ferirmi o abbandonarmi”
  • Credenze intermedie e profonde: “devo chiedere quello di cui ho bisogno”, “devo rispondere quando mi sento attaccato”, “lo devo fare perché devo sentirmi meglio”, “se sono solo, non sarò in grado di affrontare la situazione”, “se mi fido di qualcuno, questi prima o poi mi abbandonerà o abuserà e starò male”, “se i miei sentimenti sono ignorati o trascurati, perderò il controllo”,
  • Strategie di coping: sottomettersi, alternare l’inibizione con una protesta drammatica, punire gli altri, espellere la tensione con azioni autolesive.

Come riconoscere la personalità borderline: sintomatologia clinica

Il disturbo di personalità può essere visto come un disturbo di disregolazione. Pertanto, le sue caratteristiche cliniche possono essere raggruppate in 5 aree principali: 

In generale, molti degli specifici sintomi nelle diverse aree sono accumunati da instabilità impulsività.

L’instabilità è evidente nelle relazioni che tendono a essere intense ma brevi e a cessare improvvisamente. La stessa instabilità si ritrova nella propria identità, nella visione di sé, degli ideali, dei piani futuri o dei valori morali. È anche evidente negli affetti, cioè in forte reattività che portano a rapidi cambiamenti e passaggi da un’emozione all’altra.

L’impulsività si riscontra in attività distruttive per sè che, pur essendo gratificanti nel breve termine, sono messe in atto in modo impulsivo e talvolta compulsivo. Queste condotte includono come spendere, abusare di sostanze, mangiare o fare sesso. Sono presenti anche esplosioni di rabbia e difficoltà a tenerla sotto controllo, nonché comportamenti suicidari e autolesionistici.

I soggetti con disturbo borderline di personalità percepiscono spesso un’intensa paura di essere abbandonati e tentano in ogni modo di evitare questo abbandono da parte degli altri, a volte tramite azioni estreme e disperate o comportamenti che appaiono manipolativi.

Questi pazienti possono riferire un certo “distacco” dalla propria esperienza interna e sperimentano cronici sentimenti di vuoto.

In condizioni di forte stress, possono presentare sintomi simili a quelli delle psicosi, ma tendenzialmente temporanee, come paranoia, episodi dissociativi e pseudoalucinazioni (soprattutto “voci” a contenuto critico o denigratorio).

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In sintesi, secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), per capire se una persona soffre di disturbo borderline di personalità devono essere riscontrabili almeno 5 dei seguenti aspetti:

  • Comportamento instabile, impulsivo e rischioso, come rapporti sessuali non protetti, gioco d’azzardo o binge eating, esplosioni di rabbia e litigi violenti
  • Immagine di sé e degli altri instabile che oscilla fra i poli idealizzazione e svalutazione (come buono/cattivo; perfetto/falso)
  • Relazioni instabili e intense
  • Marcati cambiamenti dell’umore (per esempio da felicità a tristezza, da rabbia a senso di colpa)
  • Emozioni contrastanti e difficili da gestire
  • Minacce o comportamento suicidario e autolesionistico
  • Intensa paura di essere soli o abbandonati
  • Sentimenti di vuoto e mancanza di scopi
  • Difficoltà a riflettere sui propri stati emotivi, sui vissuti e sulle relazioni in modo coerente e lineare
  • Sintomi dissociativi (per esempio sentirsi distaccati dalle proprie emozioni e dal proprio corpo)

Trattamento del Disturbo Borderline di Personalità

Per molto tempo, il disturbo borderline di personalità è stato ritenuto una condizione incurabile. Tuttavia, numerose ricerche hanno dimostrato che la Psicoterapia per la cura del disturbo borderline di personalità riduce i sintomi e la sofferenza delle persone che presentano tali problematiche. Al momento sono diversi i trattamenti usati per la cura di tale disturbo. Anche Terapia farmacologica per il disturbo borderline può essere utilizzata come supporto alla terapia psicologica. Infatti, i farmici possono intervenire sull’aspetto di vulnerabilità neurobiologica e ormonale e pertanto essere d’aiuto nella gestione dei sintomi. A tale scopo sono impiegati antipsicotici di seconda generazionestabilizzatori dell’umore e antidepressivi. 

Riproduzione vietata – Dott.ssa Fulvianna Furini (Rovigo).

IL DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’: CHI C’E’ DIETRO LA MASCHERA

Il Disturbo Narcisistico è un disturbo della personalità che si caratterizza per idee di grandiosità, costante bisogno di ammirazione e soprattutto mancanza di empatia. La Ferita Narcisistica porta queste persone ad attivare meccanismi difensivi da potenziali ferite al proprio valore alle quali reagiscono con senso di superiorità, arroganza e disprezzo. Il Narcisista (sia uomo sia donna) ,puo’ essere Overt (l’idea che tutti piu’ o meno hanno del narcisista) o Covert (mascherato). Spesso le due facce coesistono, ma molti narcisisti possono mostrare più spiccatamente una delle due dimensioni.

Le personalità narcisistiche possono essere eccitate da una situazione competitiva. La credenza “devo essere migliore degli altri” è attivata dall’urgenza di dimostrare il proprio valore (sembrano, solo in apparenza sicuri di sè e tranquilli ), dietro a questa ferita vi è infatti un’identità negata.

Le parole chiave per questo disturbo sono: “impulsività e instabilità, ambivalenza”.

Sintomi della personalità narcisistica: Come capire se una persona soffre di Disturbo Narcisistico di Personalità

Per capire se una persona soffre di disturbo narcisistico di personalità devono essere riscontrabili cinque o più dei seguenti sintomi- indizi:

  • Idee grandiose di sé riassunte nella convinzione di meritare un trattamento speciale, di avere particolari poteri, talenti unici o di essere brillanti o attraenti, di dover frequentare persone altrettanto speciali o di status elevato
  • Fantasie di successo illimitato, potere, fascino, bellezza o amore ideale
  • Ritenere di non essere sufficientemente apprezzati e riconosciuti nel valore
  • Senso di vuoto e apatia nonostante eventuali successi
  • Richiesta eccessiva di ammirazione per le loro qualità speciali
  • Tendenza allo sfruttamento degli altri
  • Mancanza di empatia e quindi incapacità a riconoscere e identificarsi con i sentimenti e i bisogni degli altri
  • Sentimenti di disprezzo, vergona o invidia e atteggiamenti arroganti e presuntuosi

Conseguenze del Disturbo Narcisistico di Personalità

Il disturbo narcisistico di personalità può compromettere la vita professionale, sociale e affettiva delle persone che ne soffrono: il narcisista, nel momento in cui non ottiene il riconoscimento che crede di meritare e di fronte a eventuali critiche può reagire con rabbia o vergogna. Inoltre, dato che lo status sociale ricopre un ruolo fondamentale per la sua immagine, spesso si lega a persone famose o “potenti” che gli forniscono importanza di riflesso, sviluppando rapporti opportunistici e superficiali.

Quando non ricevono risposte alle loro continue richieste di ammirazione, di trattamenti di favore e alla soddisfazione immediata dei loro bisogni a discapito dell’altro, i narcisisti possono divenire furiosi o mostrare disprezzo e distacco e, mancando di empatia, ricorrere alla manipolazione per raggiungere i propri fini fino alla messa in atto di comportamenti abusanti per ottenere il potere che pensano perduto.

Cura del Disturbo Narcisistico di Personalità

I soggetti con disturbo narcisistico di personalità manifestano un quadro complesso, fatto di emozioni negative e, spesso, di disturbi sintomatici e problematiche comportamentali che sono fondamentalmente l’espressione del mancato soddisfacimento del loro desiderio primario di essere riconosciuti per il proprio valore identita’

Si rivolgono spesso a uno specialista per quadri sintomatologici, come attacchi di panico o stati depressivi che scaturiscono dal fatto che la rappresentazione temuta di sé (sé difettoso, sé fallimentare) si sia affacciata alla loro coscienza e/o per l’abuso di alcol e di sostanze impiegate per ristabilire lo stato di grandiosità perso. Un tipico lavoro psicoterapico è quello sul “pensiero tutto o nulla” che consiste nella tendenza dei narcisisti a considerarsi o considerare gli altri o meravigliosamente superiori o completamente senza valore.

La ristrutturazione cognitiva di questa forma di pensiero aiuta a fare un adeguato esame di realtà ,“Uno può essere umano, come chiunque altro, ed essere ancora unico”; “ Per accettarmi non devo necessariamente sentirmi eccezionale, vado bene cosi’ come sono , difetti compresi”. Lo stesso processo di identificazione e sostituzione vale per i comportanti disfunzionali, come per esempio eventuali acting out di rabbia, caratteristici del disturbo.

Un altro step psicoterapico consiste nel migliorare le abilità sociali come: la capacità di gestire la rabbia, di entrare in intimità con l’altro, l’espressione dei propri bisogni senza la necessità di utilizzare la manipolazione e l’empatia e quindi la capacità di riconoscere il valore e l’importanza dei bisogni e dei sentimenti degli altri.

Lo Schema Therapy, o più precisamente Schema-Focused Therapy, è un approccio integrato che è stato sviluppato nel 1994 dal Dr. Jeffrey Young che all’inizio lavorava a stretto contatto con il Prof. Aaron Beck, il fondatore della Terapia Cognitiva. Young e i suoi colleghi scoprirono che questi soggetti avevano pattern ricorrenti e duraturi di pensieri, emozioni e comportamenti . Young chiamò questi pattern o temi così radicati e profondi “schemi” o “trappole”.

Questi schemi funzionano come dei filtri attraverso cui gli individui mettono in ordine, interpretano e prevedono il mondo. Le persone affette da disturbi di personalità hanno sviluppato schemi maladattivi. Secondo Young et al. (2003), Questi schemi maladattivi si sono sviluppati precocemente come risultato dell’interazione tra fattori quali il temperamento del bambino, lo stile genitoriale della madre e del padre, e qualsiasi esperienza  traumatica dell’infanzia. Gli schemi maladattivi precoci (SMP) riflettono i bisogni emotivi essenziali del bambino rimasti insoddisfatti e rappresentano il tentativo di questo di adattarsi alle esperienze negative, ad esempio liti in famiglia, rifiuto, ostilità o persino aggressione o abuso da parte dei genitori, dei pari o altre figure significative, mancanza di affetto e amore, supporto o cura genitoriale inadeguata, ecc. Le origini primarie dei più gravi disturbi di personalità, quindi, sono i bisogni emotivi dell’infanzia non soddisfatti, in particolare quelli riguardanti il rifiuto e l’abuso (non solo fisico).

L’obiettivo psicoterapico primario è proprio quello di aiutare i pazienti a far sì che i loro bisogni emotivi primari vengano soddisfatti in modo funzionale, attraverso sani rapporti interpersonali.

L’altro non è solo un mezzo, un Oggetto di soddisfazione del bisogno , ma è un Soggetto.  

A tale scopo, sono utilizzate in Psicoterapia diverse tecniche focalizzate sulle emozioni, tecniche cognitive, tecniche comportamentali e la relazione terapeutica.

La Terapia Metacognitiva Interpersonale per la cura del disturbo narcisistico di personalità mira a migliorare il benessere dell’individuo partendo sempre dalla relazione terapeutica, ovvero creando un ambiente di fiducia e rispetto reciproco fra il paziente e il terapeuta che:

  • Promuove l’autoriflessività del paziente, ovvero la capacità di accedere agli stati interni (ad esempio, pensieri, emozioni) e di capire il nesso tra pensieri, emozioni ed eventi relazionali attivanti
  • Ricostruisce insieme a lui gli schemi Sé/Altro disfunzionali e sostituendoli con altri più adattivi
  • Riduce la tendenza del paziente a regolare le proprie scelte solo sulla base di valori o desideri finalizzati all’incremento dell’autostima
  • Promuove l’agency, ovvero far riscoprire al paziente ciò che gli piace

Narcisismo nella relazione di coppia: il narcisista si innamora?

Spesso si tratta di relazioni on-off che torturano psicologicamente chi ne è vittima e proprio per questo si parla anche di narcisismo perverso. Il narcisista si innamora? Difficile dare una risposta univoca, ma purtroppo molto spesso è difficile che questo accada. Quel che interessa al narcisista è molto piu’ spesso il potere che si ha sull’altra persona, ciò che quella persona rappresenta per il suo ego.

Quindi, progettare “vendette” è insensato. Spesso l’unica risposta efficace nella relazione con un narcisista, è chiudere, negare qualsiasi contatto o attenzione. Il altre parole , smettere di nutrire il narcisismo dell’altro.

Chi è il Narcisista? La Ferita dei non amati: l’Identità Negata

In conclusione, il narcisista è una persona che è stata ferita nello sviluppo della sua personalità (ferita narcisistica) e che ha bisogna di creare un “ falso sé” potente e grandioso per difendersi dalla angosce fortissime che prova. Naturalmente si tratta di complessi processi intrapsichici inconsci che il narcisista non ammetterà mai trattandosi di meccanismi difensivi dell’Io che per loro natura sono automatici ed inconsci. Il o la Narcisista, sono bloccati in una capacità relazionale in cui l’Altro è visto come un Oggetto, ossia l’altro è un mezzo di soddisfacimento dei bisogni, stadio primario di sviluppo delle capacità relazionali (es. mamma allattamento), egli o ella userà gli altri per gratificazioni e conferme di se’ stesso, avendo un’identità ancora fragile, incapace di vedere l’altro come un soggetto dotato di emozioni con il quale instaurare relazioni empatiche.

Dott.ssa Fulvianna Furini – Riproduzione Vietata

PSICOLOGIA , STRATEGIE DI COPING: CHE COSA SONO E A COSA SERVONO?

CHE COS’È IL COPING?

Il termine di coping fu ideato negli anni ‘70 da Lazarus, professore emerito alla Berkeley University, traducibile letteralmente dall’inglese con “far fronte“, “fronteggiare“, “tenere testa” – è impiegato in Psicologia per indicare le strategie mentali e comportamentali messe in atto dalla persona per cercare di affrontare eventi stressanti. Per questa ragione, in Psicologia si parla più precisamente di “strategie di coping” o talvolta di “abilità di coping” con riferimento, appunto, a quei meccanismi di adattamento e di risposta che una persona può adottare quando si trova in condizioni di stress di varia natura. Ciascuno di noi reagisce alle situazioni problematiche in maniera molto soggettiva e non sempre le strategie messe in pratica sono funzionali. A tal proposito, si precisa che le strategie che mirano a ridurre lo stress vengono definite come “adattive“, mentre quelle che, invece, tendono ad aumentarlo vengono definite “disadattive“. Si tratta di un processo che per essere funzionale deve essere dinamico e flessibile alla continua ricerca dell’equilibrio tra le risorse del mondo interno e le richieste del mondo esterno.

DA COSA DIPENDONO LE STRATEGIE DI COPING?

Il comportamento adottato di fronte a problemi ed eventi stressanti , quindi anche il tipo di Strategie di Coping messe in atto – dipendono da diverse variabili, quali:

  • Tipo ed entità dell’evento stressante;
  • Circostanze in cui si verifica lo stress;
  • Caratteristiche dell’individuo.
  • Durata dello stressor

Come si può facilmente intuire, quindi, le combinazioni di risposte che si possono attuare sono veramente molte e dipendono dall’interazione di diversi fattori intrapsichici, relazionali, ambientali : possono essere:    –

  • Rivalutando lo stress attuando una ricerca di significato ed integrazione psichica;
  • Fuga dal disagio emotivo, evitandolo o prendendo le distanze da esso;
  • Accettando eventuali responsabilità della causa scatenante l’evento;
  • Esercitando l’autocontrollo – ipercontrollo
  • Concentrandosi sul fare , a scapito del sentire
  • Cercando un supporto sociale.
  • Cercando un aiuto professionale e specialistico

Il “meccanismo difensivo dell’evitamento”, attuabile con diverse modalità puo’ essere efficace nel ridurre lo stress, ma solo nell’immediato o comunque per brevi periodi di tempo; se utilizzati per periodi di tempo lunghi, invece, questi comportamenti possono portare a risultati controproducenti.  

COPING REATTIVO E PROATTIVO

Quando si parla di Strategie di Coping, nella stragrande maggioranza dei casi, ci si riferisce al cosiddetto Coping Reattivo, ovvero alle strategie messe in atto in risposta ad un determinato stress. Il Coping Proattivo, invece, è preventivo e  fa riferimento alle strategie e comportamenti messi in pratica per anticipare e reagire a un fattore di stress futuro nel tentativo limitarne l’incidenza sulla propria vita.

COPING DISADATTIVO

Le strategie di Coping  non funzionali e disadattive sono definite tali in quanto non consentono di risolvere i problemi scatenati dagli eventi  stressanti, ma si limitano a ridurne temporaneamente i sintomi derivanti accentuando poi  il disturbo anziché ridurlo. I comportamenti disadattivi possono comprendere: negazione, evitamento, dissociazione, congelamento emotivo. In questo caso, si consiglia un intervento professionale.

Scappando da un problema, aumenti solo la distanza dalla soluzione.

Dr.ssa Fulvianna Furini Psicologa – Psicoterapeuta Riproduzione vietata

COVID 19 E FESTIVITA’: ASPETTI PSICOLOGICI

Ormai da numerosi mesi sentiamo parlare costantemente di Covid 19 e salute: numero dei contagiati,  norme di igiene, che ormai fanno parte della nostra quotidianità. Tuttavia, a mio avviso, bisognerebbe  sentire affrontare un più spesso argomenti come la salute psicologica della popolazione. La pandemia è entrata nelle nostre azioni quotidiane prepotentemente, stravolgendo le nostre vite e costringendoci repentinamente a riorganizzare la nostra quotidianità, senza aver nessun termine di paragone per poterci orientare, essendo la prima emergenza sanitaria globale. Questo ha creato un clima crescente di smarrimento, incertezza, paura amplificando l’insorgenza di disturbi stress correlati quali: ansia, insonnia, sintomi depressivi. Il Covid 19 ci ha costretto a reinventare le nostre vite, ci ha fatto riflettere sulle piccole  azioni quotidiane e riscoprire il  valore della libertà di respirare, abbracciare, camminare. Piccolissimi aspetti a quali forse, nell’era della fretta , non prestavamo la giusta attenzione , danto per scontato cio’ che poi all’improvviso ci è stato tolto. L’impatto psicologico nelle persone , in questa “seconda ondata pandemica” è diversificato : c’è chi cerca la scappatoia, chi rischia la contravvenzione, chi si rinchiude in casa, chi semplicemente infrange le regole. Da un lato il bisogno di socialità e condivisione e dall’altro l’adesione alle norme, ossia l’aspetto morale. Due cardini della natura psicologica umana. Dal punto di vista emotivo le reazioni sono le più disparate: ansia, paura, colpa, depressione, rabbia. Per quanto riguarda i bambini è necessario trasmettere messaggi chiari e semplici in grado di dare un significato alla situazione che stiamo vivendo. Non solo, è fondamentale accogliere e dare un nome alle emozioni che tutti noi proviamo. È giusto essere tristi perché non potremo trascorrere le feste come abbiamo sempre fatto ed è giusto che i bambini imparino, attraverso il dialogo con mamma e papà, che la tristezza come la noia o la solitudine fa parte di noi e che come tutte le emozioni può essere compresa e gestita, facendo ricorso a numerose strategie, come svolgere piccole attività gratificanti. Per esempio, si potrebbe decidere insieme di trascorrere le vacanze di Natale costruendo un album di ricordi, anche online da regalare ai parenti quando ci si potrà nuovamente riunire o da inviare con l’utilizzo della moderna tecnologia. La questione degli anziani è decisamente più delicata. Si tratta di persone che hanno molte meno risorse per fronteggiare questa situazione e che fanno delle relazioni sociali la base della loro vita. Il rischio è che possano andare incontro a depressione senile o deterioramento cognitivo. Per questa ragione si sono attivati numerosi progetti di aiuto psicologico nei reparti ospedalieri e nelle strutture specializzate. Gli psicologi si occupano spesso di fare da tramite tra l’anziano e i suoi familiari, utilizzando strumenti tecnologici che non sarebbero altrimenti accessibili. Questo è possibile anche nel caso di anziani non ospedalizzati: i nipoti potrebbero insegnare ai loro nonni come usare tablet e smartphone e così facendo regalare loro una vera e propria finestra sul mondo esterno. Nel caso di anziani particolarmente resistenti all’uso dei dispositivi elettronici si può optare per i classici, come il telefono e, perché no, la lettera. L’importante è comunque cercare di far sentire ai nonni la nostra presenza.  Cosa fare in queste festività?  Ecco come coltivare la resilienza con azioni e consigli pratici  che ci aiuteranno a gestire meglio questa festività insolite. Prima di tutto non creare aspettative troppo alte: molto spesso ci si impone che il Natale debba essere il momento più felice dell’anno, con il risultato di rimanere delusi quando qualcosa non va esattamente come avremmo voluto. L’ideale sarebbe lavorare su noi stessi, creando delle aspettative realistiche su ciò che potremo e soprattutto non potremo fare. Secondariamente, è fondamentale ripetersi spesso che questo brutto periodo certamente finirà e che per il prossimo Natale ritorneremo alle nostre abitudini. Sarebbe utile tenersi impegnati dedicando il nostro tempo libero a noi stessi e alle piccole attività gratificanti che rimandiamo sempre per mancanza di tempo. Probabilmente ci sembrerà che il tempo scorra più lentamente: sarà opportuno organizzare le nostre giornate in piccole routine, prestando particolare attenzione sulla qualità e quantità del sonno e sull’alimentazione. È sicuramente suggerita l’attività fisica, che aiuta a mantenere alto il livello degli ormoni del buonumore.  La quotidianità in solitaria che stiamo vivendo oggigiorno, pian piano, tornerà ad essere sicuramente più affollata e le belle emozioni torneranno ad avvolgere le nostre vite; quando questa “tempesta emotiva” finirà, il malessere che stiamo affrontando non va però dimenticato, lascerà un solco profondo in ognuno di noi. L’auspicio è che, tornato il sereno, riusciremo a focalizzare la nostra attenzione su ciò che è prioritario ed essenziale, cercando ogni giorno piccole cose per cui esser grati e valorizzandole.

Dr.ssa Fulvianna Furini

(Riproduzione vietata)

“OLTRE LA PAURA”

DEPRESSIONE: DEFINIZIONE, SINTOMI, CURA

“Un giorno la paura busso’ alla porta.
Il coraggio andò ad aprire e non trovo nessuno”.
Martin Luther King

CHE COS’E’ LA DEPRESSIONE?

La depressione è una patologia in continua crescita e consiste in un’alterazione costante del “tono dell’umore”. Cosa fare in caso di Depressione?. Riconoscere la depressione è il primo passo per affrontarla nel modo giusto: non è una condizione passeggera di tristezza, ma un disagio psichico e somatico ben definito, con sintomi clinici e caratteristiche precise . Certamente, la prima cosa da fare sarebbe quella di chiedere aiuto. È importante, infatti, agire fin dalle primissime fasi della malattia per garantire una diagnosi precoce e un intervento tempestivo. Va detto, tuttavia, che chi prova sensazioni di tipo depressivo spesso tende a non cercare aiuto, magari per timore di essere giudicato, per vergogna o per una forma di rifiuto verso questa stessa malattia.

CHE COS’È IL TONO DELL’UMORE E A COSA SERVE?

Immaginate il vostro umore come se fosse un “termostato psichico” che svolge un’importante funzione regolativa.In che senso, vi chiederete? Perché ci consente l’adattamento tra mondo interno ed esterno. Il nostro umore, infatti, si alza quando ci troviamo in situazioni che riteniamo piacevoli e si abbassa in situazioni negative o spiacevoli. L’andamento flessibile del nostro umore è un segnale di salute e benessere.

DEPRESSIONE E PSICOSOMATICA

Al contrario di quanto si potrebbe pensare, la malattia depressiva non interessa solamente la sfera emotiva e l’umore del paziente, ma interessa anche il corpo, influenzando comportamenti e manifestandosi anche con sintomi fisici.

TRISTEZZA E DEPRESSIONE: DA DISTINGUERE

La depressione è una psicopatologia che rientra nella categoria dei disturbi dell’umore, ovvero quelle condizioni in cui il tono dell’umore è alterato al punto da creare profondo disagio e difficoltà nella vita quotidiana, incidendo negativamente anche sulle relazioni sociali e lavorative. In particolare, la depressione si caratterizza per:

  • la persistenza di un profondo umore deflesso,
  •  un senso di tristezza continuo,
  •  una mancanza di senso, una mancanza di fiducia nel futuro e nelle proprie possibilità e dalla convinzione di non poter trovare aiuto da nessuno.

Per distinguere la depressione dalla tristezza (che è un’emozione primaria e quindi necessaria), occorre che queste sensazioni appena descritte non siano episodiche, ma compaiano stabilmente nel tempo.

QUANDO DIVENTA UN DISTURBO?

Nella depressione il tono dell’umore si fissa verso il basso, perde la sua flessibilità e non è più influenzato dagli eventi esterni o interni. 

Nella fase più acuta, le persone sperimentano vissuti di profonda tristezza, sgomento, disperazione, associati alla perdita dello slancio vitale.  Cresce il disinteresse per le normali attività e le persone spesso riferiscono di provare sentimenti di distacco ed inadeguatezza nello svolgere le normali azioni quotidiane. Si sentono svuotate dell’energica psicofisica a loro disposizione, non si riconoscono. Un’affermazione abbastanza tipica è questa: “dottoressa non sono più io, voglio tornare come prima”. Anche la percezione del tempo si modifica: il suo scorrere continuo rallenta, fino a fermarsi, il depresso ha la sensazione che le giornate siano interminabili, che tutto sia fermo, stagnante. Il futuro, appare privo di speranza ed il passato vuoto ed inutile. Occasionalmente, ciascuno di noi può aver sperimentato, anche in parte, questi sentimenti, magari in seguito a problemi, relazionali, familiari, lavorativi, di salute o altri eventi che possono aver coinvolto la nostra sfera emotiva. La difficoltà nasce quando questi sentimenti durano a lungo e sono particolarmente intensi.

DIFFUSIONE DELLA DEPRESSIONE: CONSUMO ANTIDEPRESSIVI

Nel mondo la depressione è uno dei disturbi più diffusi in assoluto. Rispetto al passato, la tendenza sembra in aumento, colpendo persone sempre più giovani. Cresce il consumo di antidepressivi in Italia. E’ quanto emerge dal Focus sul disagio mentale dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, che opera all’interno di Vithali, spin off dell’Università Cattolica, presentato alla vigilia della Giornata mondiale per la salute mentale che si celebra il 10 ottobre 2020. “Oltre alle attività di cura e assistenza – rileva Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane – sarà importante attivare delle azioni efficaci nell’ambito della prevenzione.

SINTOMI: COME SI MANIFESTA?

I sintomi con cui la depressione si manifesta possono variare in funzione della forma depressiva che interessa il paziente e della sua gravità, senza contare che potrebbe esservi anche una variabilità soggettiva da individuo a individuo. Ecco alcuni indizi-sintomi per riconoscere questo insidioso disturbo:

La depressione può associarsi ad stati d’ansia e a pensieri suicidi o autolesionisti.

I DISTURBI DELL’UMORE

I disturbi dell’umore (fra i quali è presente la depressione) non comprendono solo le forme strettamente depressive, ma anche quelle maniaco/depressive.Con il termine “depressione” non si indica una sola tipologia di malattia, difatti, esistono diverse forme depressive, ognuna con caratteristiche peculiari. Di seguito, ne verranno elencate alcune:

  • Depressione unipolare o disturbo depressivo maggiore: si tratta di una delle forme più gravi di depressione. I suoi sintomi impediscono lo svolgimento delle normali attività quotidiane (ad esempio, dormire e mangiare), ma anche delle attività che in condizioni normali danno sensazioni positive e piacere.
  • Disturbo distimico o distimia: si tratta di un disturbo caratterizzato da sintomi molto simili a quelli della depressione maggiore, anche se tendono a manifestarsi in maniera più lieve.
  • Disturbi bipolari o patologie maniaco-depressive: si tratta di disturbi caratterizzati dall’alternarsi di stati depressivi a stati maniacali o ipomaniacali. A loro volta, i disturbi bipolari si suddividono in:
    • Disturbo bipolare di tipo I: caratterizzato da almeno un episodio di mania o misto alternato ad episodi depressivi;
    • Disturbo bipolare di tipo II: caratterizzato da stati di ipomania (mai di mania) che si alternano agli episodi depressivi;
    • Disturbo ciclotimico o ciclotimia: ha una durata minima di almeno due anni e si caratterizza per l’alternanza di episodi depressivi di grado da lieve a moderato ed episodi ipomaniacali.
    • Disforia premestruale.

Tutte le forme di depressione con rispettive caratteristiche sono elencate nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), ora arrivato alla sua quinta edizione.

IL DISTURBO DEPRESSIVO PERSISTENTE: UNA DEPRESSIONE LEGGERA MA DURATURA

Fra l’elenco dei disturbi depressivi presenti nel DSM-5 c’è anche il disturbo depressivo persistente (chiamato in passato disturbo distimico): in questo caso i sintomi tipici della depressione sopra elencati sono meno marcati e meno disabilitanti rispetto alla depressione maggiore, però durano di più nel tempo. Il disturbo depressivo persistente si configura quindi come una depressione cronica, che dura da almeno 2 anni.

DEPRESSIONE REATTIVA E DEPRESSIONE ENDOGENA

Per quanto riguarda le cause che innescano la depressione, occorre fare una prima distinzione fra la depressione reattiva e quella endogena. Nella maggior parte dei casi l’innesco di una depressione si trova in un evento infausto: un lutto, un licenziamento senza preavviso, un abbandono traumatico. In questi casi parliamo di depressione reattiva .la malattia insorgere in reazione all’evento accaduto e tendenzialmente passa da sola o con l’aiuto di una psicoterapia di supporto. Quando invece non si è in grado di individuare alcuna causa esterna all’origine della sofferenza, si parla di depressione endogena: quest’ultima, più rara, è anche la forma più grave in quando resistente sia al trattamento farmacologico che psicoterapico.

TRATTAMENTO: COSA FARE?

Il trattamento della depressione dipende da diversi fattori, quali la forma depressiva che colpisce il paziente e la sua gravità. Inoltre, la terapia può essere variata anche in funzione della risposta del paziente allo stesso trattamento. L’approccio terapeutico prevede una terapia di combinazione che associa un trattamento farmacologico ad un trattamento psicoterapico. I farmaci impiegati nel trattamento della depressione sono i cosiddetti farmaci antidepressivi (SSRI, SRNI, triciclici) impiegano almeno 2/3 settimane prima di iniziare a fare effetto e vanno presi seguendo attentamente la prescrizione.

LO SAPEVI CHE…

Nel trattamento di forme lievi, talvolta, si ricorre all’uso di farmaci a base di estratti di iperico (o erba di San Giovanni), una pianta dalle ben note e dimostrate proprietà antidepressive.

L’APPROCCIO PSICOSOMATICO

Occasionalmente, ciascuno di noi può aver sperimentato, anche in parte, questi sentimenti, magari in seguito a problemi, relazionali, familiari, lavorativi, di salute o altri eventi che possono aver coinvolto la nostra sfera emotiva. La difficoltà nasce quando questi sentimenti durano a lungo e sono particolarmente intensi. Fino a qui ho descritto che cosa sia la depressione secondo i criteri diagnostici e descrittivi maggiormente in uso. L’approccio psicosomatico ha una prospettiva differente. Considerando il disagio come forma di comunicazione tra psiche e corpo, ritiene che anche la depressione sia una strategia che l’inconscio utilizza per far arrivare alla persona che ne soffre un preciso messaggio: la vita che sta vivendo non è in sintonia con te, c’è un disadattamento tra mondo interno e mondo esterno e quindi va “spenta”, affinché  la persona possa “rinascere” .

Carl Gustav Jung, uno dei più grandi pensatori che l’occidente abbia avuto, interpretò la depressione come un contenimento di energia incapace di liberarsi, egli tuttavia ne considerava anche la valenza opposta, ossia una fase regressiva che poteva addirittura essere rigenerativa ed arricchente qualora la persona ne avesse colto ed accolto il Senso profondo. La depressione, questo “blocco” come se la vita fosse messa in “pausa” diventa allora il tentativo del nostro cervello di attuare una rinascita, di azzerarci e ripartire.

AFFRONTARE LA PAURA

Renè Magritte, Decalcomanie, 1966.

Mai come in questi mesi ci siamo sentiti persi, smarriti, impauriti. Questo “blocco” psichico e fisico improvviso, questa condizione di “stallo” , che in psicopatologia chiamiamo depressione, ha avuto un impatto enorme sulla nostra salute psichica e somatica. Ha costretto tutti noi a ri-organizzare le nostre vite, cambiando le nostre abitudini e il nostro modo di relazionarci con gli altri. Avere paura è fisiologico, anzi direi che la paura è  necessaria perché ci segnala un pericolo , una minaccia e ci consente di attivare le risposte psicofisiologiche conseguenti favorendo al nostra evoluzione e la nostra crescita. Lo manifestano molto bene i bambini che mano a mano che affrontano le loro paure e crescono, si rafforzano e diventano poi adulti. Il coraggioin realtà, non andrebbe visto come la mancanza di una percezione di paura, ma semplicemente come un superamento della paura stessa, quindi la persona che viene definita coraggiosa non è necessariamente una persona che non ha paura, ma piuttosto una persona che fa in modo di imparare ad andare oltre il muro della paura.

                                                                                               Dr.ssa Fulvianna Furini

QUANDO LA COPPIA S-COPPIA. Ritrovare equilibrio,comunicazione,intimità.

Perchè fare una terapia di coppia?

Prima di chiederci perché fare terapia di coppia, basti pensare che quasi tutti prima o poi nella vita ci troviamo ad affrontare un percorso in coppia, traendo sollievo dai momenti positivi e soffrendo per i malesseri che nei momenti negativi ci capita di sperimentare nel viverli. All’inizio di una storia ci chiediamo, sarà questa l’anima gemella, come possiamo fare per riconoscerla, o cosa dobbiamo fare perché il rapporto funzioni?
Spesso senza rendercene conto, ci troviamo a frequentare delle persone che hanno delle caratteristiche a noi familiari, simili a quelle degli individui più cari con cui siamo cresciuti, e che hanno delle modalità comportamentali che abbiamo sempre criticato e che senza saperlo continueremo ad incontrare. Sembra un incastro inevitabile a cui più cerchiamo di sottrarci, più diventa difficile farlo. Certo molte volte queste caratteristiche sono positive, e soddisfano in noi dei bisogni che ci fanno sentire bene, ma purtroppo non sempre è così e talvolta ci troviamo coinvolti in delle relazioni da cui non riusciamo ad uscire e che ci ripropongono tutta una serie di malesseri nuovi e altri già sperimentati nel passato. Capire che legame possa esserci tra il nostro presente, e il nostro passato è frutto di un lavoro introspettivo, che raramente siamo capaci di affrontare da soli; ma anche nel caso in cui questo possa avvenire, come si fa ad evitare di riproporre gli stessi schemi comportamentali e a trovarne di nuovi?

Nella coppia spesso non basta che solo uno dei componenti capisca l’origine del malessere per poter innescare un processo di cambiamento, e se ciò avviene occorre utilizzare tante energie per farlo e assumersene le responsabilità. Quando si è soli a voler cambiare, diventa difficile uscire da situazioni senza apparente via d’uscita, ciò che è sicuramente importante è imparare a conoscere se stessi, l’altro e l’interazione fra entrambi. Nell’avviare il processo di cambiamento avviene una rottura dell’idillio sino ad allora vissuto, la coppia va in crisi trovandosi a sperimentare un profondo dolore dovuto sia alla perdita dello stato di benessere sino ad allora provato che all’emergere di nuove o vecchie ferite che erano rimaste sopite per tanto tempo.

In questi momenti la coppia dopo aver verificato l’incapacità di uscire da sola dalla crisi si attiva per chiedere aiuto, c’è chi lo fa contattando gli amici più cari o i parenti, chi preferisce ottenere conforto dalle istituzioni religiose, chi sposta l’attenzione verso altre forme di relazioni, e chi decide di intraprendere una terapia di coppia.

Cos’è una terapia di coppia?

C’è il luogo comune che la terapia di coppia serva per risolvere i problemi e riappacificarsi, e che a farlo sia il professionista. Questa errata credenza, investe il professionista di una grossa responsabilità, e declassa coloro che la richiedono a una forte passività. Come nella coppia, anche nella relazione terapeutica il lavoro di introspezione dovrebbe essere svolto da entrambe le parti, assumendosi ognuno la propria parte di responsabilità, non è un percorso semplice ma se alla base è presente questo presupposto, assieme ad una forte motivazione, il cambiamento è già avviato.
Chi avesse il bisogno o la curiosità di esplorare quanto detto, deve sapere che dovrà imparare ad analizzare il rapporto con le proprie famiglie d’origine, capire che funzione ha il sintomo del malessere all’interno della coppia, il perché si è attivato in un momento particolare del ciclo vitale della coppia, e quali sono le dinamiche che incastrano la coppia senza permetterne lo sblocco e l’evoluzione. Imparare a riconoscere e a sciogliere questi nodi permetterà la sperimentazione di nuovi comportamenti e attiverà delle risorse nuove o già presenti nella coppia, ma mal utilizzate. Le problematiche che si possono affrontare con la terapia di coppia sono svariate, possono essere sia del singolo come depressioni, attacchi di panico, fobie o disturbi alimentari, sia di entrambi come difficoltà sessuali, incapacità di comunicare, problematiche legate al concepimento dei figli, o alla loro gestione, e difficoltà rispetto alla separazione.

Perchè chiedere aiuto?

Non si deve aver paura di chiedere aiuto, nel farlo si può scoprire che quello che sembrava un problema molto complesso e senza via d’uscita, può avere delle molteplici soluzioni, che naturalmente andranno trovate insieme seguendo i presupposti appena citati.